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domenica 24 giugno 2012

Odore di terra


L'urbanizzazione ha fatto sì, tra le tante altre cose, che il cittadino, qui inteso come uomo abitante della città, abbia subito un distacco quasi totale dalla terra. Questa affermazione diventa tanto più vera se si pensa che nelle grandi città è difficile trovare un bambino che abbia visto dal vivo una gallina o una mucca. Gli unici che hanno ancora un rapporto sano con la terra sono i nostri vecchi, quelli che, dopo aver abbandonato le campagne o le montagne per trasferirsi nei grandi - o piccoli - agglomerati urbani, hanno continuato a coltivare piccoli appezzamenti di terra nel giardino di casa. 

Tra di loro c'era anche mio nonno. Buona parte dei ricordi della mia infanzia sono collegati alla sua figura intenta a lavorare nell'orto mentre controllava il grado di maturazione di pomodori e zucchine reggendo tra le sue forti mani da muratore una vanga. Mi ricordo anche il sapore delle verdure che coltivava, un sapore che non si può ritrovare in quelle acquistate al supermercato, così insipide da sembrare quasi finte. Bene, da ieri il testimone è passato nelle mie mani. Dopo anni di incuria quel piccolo pezzo di mondo contadino assediato dal cemento ha un nuovo guardiano, il sottoscritto. Certo, è faticoso. Dissodare le zolle sotto il solleone, eliminare le erbacce a mani nude (già, ho scordato i guanti!), sporcarsi di terra da capo a piedi possono sembrare attività poco attraenti e molto poco appaganti. Di sicuro non è un qualcosa che può aiutare a far colpo su di una ragazza, tuttavia secondo me è una delle cose più belle del mondo. Si tratta di un ritorno alle origini, di un riprendere contatto con quella che è al tempo stesso la nostra casa e la nostra genitrice. Si tratta di assistere ogni volta allo spettacolo del seme che si trasforma in germoglio che a sua volta si trasforma in pianta fruttifera. Si tratta di instaurare nuovamente un rapporto che negli ultimi secoli è andato sempre più deteriorandosi... perchè soltanto un uomo che non ha mai conosciuto la terra può accettare passivamente la distruzione del pianeta in nome di un sedicente "progresso".

sabato 19 maggio 2012

Quando il media diventa sciacallo

Il giornalismo italiano non si smentisce mai; non c'è omicidio, rapimento, evento di cronaca nera che non si trasformi in una ghiotta occasione per gettare in pasto al pubblico la vita privata delle vittime e il dolore di parenti e amici. Questo squallido copione si è ripetuto anche oggi, con la bomba esplosa a Brindisi. In men che non si dica sulle pagine web dei maggiori quotidiani nazionali sono comparse gallerie fotografiche della vittima, ottenute saccheggiando il suo profilo Facebook, senza curarsi della volontà dei parenti o del semplice pudore. Allo stesso modo i telegiornali hanno mostrato una profusione di lacrime e sofferenza, il tutto per soddisfare il morboso interesse del pubblico. D'altra parte per l'audience le reti televisive e i media in genere sono disposti a fare di tutto. E hanno ancora il coraggio di chiamarlo "diritto di cronaca".

domenica 13 maggio 2012

Strana Italia

Negli ultimi giorni sono successe un bel po' di cose su cui varrebbe spendere almeno una parolina. Complice il lavoro alla Weinkellerei che mi tiene impegnato quelle 10 ore al giorno, lasciandomi ben poco tempo da dedicare alla scrittura, mi vedo costretto a condensare il tutto in un post-zibaldone.

Partiamo con il ferimento di Roberto Adinolfi, dirigente di Ansaldo Nucleare, a Genova. La rivendicazione recapitata al Corriere della Sera  - qui leggibile - sembra chiarire la matrice anarco-insurrezionalista del gesto. Come nota il buon Mazzetta in un post sul suo blog, il testo non risulta del tutto convincente, a partire dal nome sbagliato di Bakunin e finendo con certa terminologia abbastanza atipica. Tralasciando il documento di rivendicazione, guardiamo un secondo alle reazioni del governo che, per bocca del ministro Cancellieri, ventila addirittura l'utilizzo dell'esercito per proteggere eventuali obiettivi sensibili. Dichiarazione piuttosto curiosa visto che segue di pochi giorni l'allarme della Commissione Europea, secondo cui sarebbe necessaria una ulteriore manovra correttiva per raggiungere il pareggio di bilancio nel 2013. Una ennesima richiesta di sacrifici, capace di incendiare ulteriormente gli animi già esasperati di chi ha già versato lacrime e sangue. Probabilmente sono solo un malpensante, però se ci mettiamo anche la nomina di De Gennaro a sottosegretario...

Passiamo alla marcia per la vita che si è tenuta oggi a Roma. Un rigurgito reazionario, capace di riunire soggetti come Forza Nuova, Militia Christi e i sedicenti "parlamentari per la vita", che vorrebbe cancellare il risultato di anni di lotte, oltre all'esito di uno dei referendum più partecipati della storia repubblicana. Il tutto con il patrocinio del comune di Roma e del sindaco Alemanno, lo stesso che regala milioni a Casa Pound per "comprare" la sede romana del movimento. Una cosa del genere sembra preannunciare una svolta reazionaria e conservatrice simile a quella avvenuta in Spagna con il governo Rajoy, che ha reintrodotto diverse misure restrittive contro l'aborto, cancellando alcuni progressi realizzati dal socialista Zapatero. Guardando le foto non si può non notare l'elevato numero di religiosi. Gente che per libera scelta ha deciso di rinunciare a procreare facendo voto di castità, ma nonostante questo si sente in diritto di imporre i propri precetti morali a tutta l'umanità, magari rimpiangendo i bei tempi di Torquemada. Come se ciò non bastasse a fare numero sono stati chiamati anche parecchi figuranti pagati, come si può leggere in questo post di Femminismo a Sud. La fiera del grottesco.

domenica 6 maggio 2012

Diventare zio

Ci sono poche cose al mondo in grado di far riflettere profondamente una persona quanto la nascita e la morte. D'altra parte si tratta del punto d'inizio e della conclusione del percorso biologico di ogni individuo umano e non, quindi penso sia più che lecito e normale porsi qualche domanda sul senso di tutto questo, a meno ovviamente di avere la profondità e la sensibilità di una pozzanghera. 

Di norma ho sempre evitato riflessioni troppo personali ed intimiste in questo blog, tuttavia in questa domenica uggiosa sento l'impellente bisogno di esternare un po' di pensieri che mi frullano dalla testa da quando, un paio di mesi fa, ho scoperto che questo autunno sarei diventato zio. La notizia mi ha scombussolato un po', sia perchè è arrivata piuttosto inaspettata, sia perchè mi ha spinto ad interrogarmi su quelle che saranno le condizioni del pianeta quando nascerà mio nipote. Sicuramente sarà un mondo profondamente diverso rispetto a quello in cui sono cresciuto io, così come il mio è stato diversissimo da quello dell'infanzia dei miei genitori, per tutta una serie di fattori sociali, economici, culturali, ma anche e soprattutto  per via di fattori di carattere ambientale. L'inquinamento, il surriscaldamento globale e le loro conseguenze - desertificazione, innalzamento degli oceani, eccetera - sono minacce reali e sono in grado di modificare radicalmente il pianeta, innescando reazioni a catena impossibili da controllare. Questo processo ormai va avanti da decenni, ma probabilmente a pagare il prezzo maggiore delle sue conseguenze sarà proprio la generazione di mio nipote e dei miei figli, ammesso che ne abbia.

Non so spiegarlo bene, però è come se sentissi una sorta di responsabilità intergenerazionale nei loro confronti. Forse è per questo che ho iniziato a documentarmi sui cambiamenti climatici in atto, sulle loro cause e sui loro effetti, analizzando documentazione di vario tipo e iniziando a giungere a determinate conclusioni (è anche per questo che sto aggiornando poco il blog in questo periodo). Sono perfettamente consapevole che un'azione individuale ha un peso pressoché nullo se sull'altro piatto della bilancia ci sono ben sette miliardi di persone. Tuttavia la somma di tante azioni individuali può spostare l'ago della bilancia in una direzione piuttosto che in un'altra, quindi, nonostante una certa venatura di pessimismo cosmico, sono piuttosto ottimista circa una possibile inversione di rotta. La chiave di tutto sta nell'informazione e nella consapevolezza che tutto dipende da noi.

martedì 1 maggio 2012

Primo maggio e lavoro

Approfitto del primo maggio e di alcuni dati che sono stati resi pubblici di recente, per parlare delle condizioni abbastanza disastrose in cui versano il lavoro e i lavoratori in Italia. Se già l'anno scorso non ero molto ottimista, come testimonia la conclusione di questo post, ora sono sprofondato in una sorta di pessimismo cosmico di leopardiana memoria.

In effetti i dati divulgati dalla ILO (International Labour Organisation) sulla disoccupazione sono tutt'altro che positivi. Nell'ultimo trimestre del 2011, infatti, la percentuale dei senza lavoro è arrivata al 9,7%, pari a 2,1 milioni di persone. Il dato è comunque parziale, in quanto non tiene conto dei circa 250.000 cassaintegrati e dei circa 300.000 esodati. Le percentuali salgono ad un incredibile 32,6% - uno dei valori più alti all'interno dell'Unione Europea - se si parla di disoccupazione giovanile. Attualmente trovare un lavoro è talmente difficile che ben il 5% dei disoccupati ha definitivamente rinunciato a cercare un impiego, mentre circa 1,5 milioni di giovani sono classificabili come Neet, ovvero come ragazzi che non lavorano nè seguono corsi di formazione professionale. Questi due dati sono abbastanza eloquenti e dipingono alla perfezione il clima di sfiducia che si è venuto a creare nei confronti del mondo del lavoro.

Le brutte notizie colpiscono anche chi un lavoro è riuscito a trovarlo. Gli assunti con contratti a tempo determinato o part time hanno raggiunto rispettivamente il 13,4% e il 15,2% dei lavoratori regolari. Inoltre il 50% dei contratti part time e il 68% di quelli a tempo determinato non sono frutto della libera scelta del lavoratore: in parole povere sono veri e propri ricatti, della serie "o accetti queste condizioni o te ne stai a spasso". L'unica soluzione che il governo è riuscito ad escogitare è una ulteriore deregolamentazione del mondo del lavoro che comporterà un'ennesima rinuncia ai diritti conquistati con le lotte dell'ultimo secolo. Come se il vero problema dell'Italia fosse l'articolo 18 e non la corruzione a livelli da repubblica delle banane. O le grandi aziende come Fiat e Piaggio che preferiscono delocalizzare rispettivamente in Serbia o in India per continuare ad avere utili da record pagando meno la manodopera.

Concludo parlando brevemente del concerto del primo maggio a Roma, visto che la giornata è anche questo. O solo questo per qualcuno. Durante dei controlli di routine durante il montaggio del palco, i carabinieri hanno riscontrato numerose violazioni in materia di sicurezza del lavoro, denunciando 8 persone e comminando ben 43.000 euro di multe. Una situazione un po' paradossale visto che l'evento è organizzato da chi si riempie da sempre la bocca di parole sulla sicurezza dei lavoratori e che rappresenta perfettamente quello che accade con gli appalti a ribasso: costi inferiori si ottengono o risparmiando sui materiali, oppure sulla sicurezza dei lavoratori (spesso in nero, anche se non in questo caso). Sembra veramente che non si sia imparato nulla da quanto accaduto mentre si montavano i palchi della Pausini o di Jovanotti, tanto da spingere il Collettivo Autorganizzato Operai dello Spettacolo Live di Roma a scrivere questa lettera agli artisti che si esibiranno oggi in piazza S. Giovanni.

Ma tanto l'importante è godersi il concerto fregandosene del lavoro - e delle sue condizioni - che ci sono dietro, vero sedicenti rivoluzionari della domenica mantenuti da papi?

lunedì 23 aprile 2012

Il feticcio e la mela

Stamattina ho visto qualcosa che ha dell'incredibile. In un primo momento ho pensato che potesse essere il frutto di qualche allucinazione prodotta da un risveglio brusco e piuttosto spiacevole, per cui ho rivisto il tutto un altro paio di volte, giusto per fugare ogni dubbio e giungere così ad accettare la triste realtà: era tutto vero. La "sconvolgente visione" altro non è che il video (lo trovate qui) l'inaugurazione di un Apple Store - l'ennesimo - in quel di Roma. 

A sconvolgermi non sono tanto le file chilometriche o il fatto che ci sia gente accampata fuori dal negozio per assicurarsi di arrivare prima di altri al tanto agognato gingillo elettronico. D'altra parte ognuno è libero di impiegare il proprio tempo libero nel modo ritenuto più consono. E poi lo sappiamo, i prodotti della Apple sono diventati un vero e proprio fenomeno di massa, uno status symbol da sfoggiare. Alla faccia del tanto decantato "think different".

A sconvolgermi sono il balletto dei dipendenti, la ola ai primi clienti che entrano nel negozio - tutti intenti ad immortalare il momento col loro Iphone - e il clima saturo di fanatismo. Tutte gestualità codificate che fanno parte di un vero e proprio rituale parareligioso, in cui l'oggetto del desiderio assurge al ruolo di feticcio del nuovo Dio dell'umanità: il capitale. Con buona pace di Nietzsche, si intende. Dio sarà pure morto, ucciso dagli stessi uomini, ma il suo sostituto, forse, è anche peggio.

mercoledì 28 marzo 2012

Il suicidio dei lavoratori e il sistema capitalista

Piccola riflessione in velocità aspettando che lunedì mi ritorni la connessione. Nella sua opera "Le suicide. Étude de sociologie", Emile Durkheim sostiene che il suicidio è un segno di insuccesso della società. Per rendersi conto di quanto questa affermazione è intrinsecamente vera basta dare un'occhiata ai vari quotidiani nazionali oppure, se vogliamo spaziare su di un orizzonte più ampio, alle statistiche sui suicidi in Grecia o in Cina.

Nel paese ellenico, schiacciato dalla recessione e massacrato dalle manovre economiche imposte dalla BCE, il tasso di suicidi tra i cittadini adulti è aumentato nel 2011 di circa il 40% rispetto all'anno precedente. A dirlo è lo stesso ministero della Salute di Atene, i cui dati sono stati ripresi tanto dal Wall Street Journal, quanto dal Corriere della Sera. In Cina, invece, troviamo il caso emblematico della Foxconn, società che produce tra le altre cose gli Iphone e gli Ipad - i nuovi status symbol per il giovane occidentale che non deve chiedere mai -  per conto della Apple, divenuta tristemente famosa per l'incredibile tasso di suicidi tra i propri dipendenti. Nonostante l'azienda sia "corsa ai ripari", facendo firmare a tutti i lavoratori una impegnativa in cui questi promettevano di non suicidarsi, quest'anno a gennaio ben trecento operai hanno minacciato di gettarsi dal tetto dello stabilimento di Wuhan. Riporto* quanto scritto dal Corriere della Sera per descrivere al meglio la situazione:
 Stando a quanto riferito dagli attivisti del gruppo per i diritti umani China Jasmine Revolution, la disputa è scoppiata all'inizio dell'anno, a seguito della richiesta di un aumento di stipendio per 100 dipendenti dell'impianto di Wuhan, capoluogo della provincia centrale dell'Hubei. La paga mensile di un operaio si aggira infatti intorno ai 2 mila yuan al mese, equivalenti all'incirca a 245 euro. Foxconn avrebbe risposto alla loro richiesta lanciando un ultimatum: i lavoratori potevano dimettersi con una buonuscita di mese di stipendio per ogni anno lavorato nell'azienda o tornare al lavoro. Molti dipendenti avrebbero quindi lasciato il posto, senza però ottenere quanto promesso. A quel punto, il 3 gennaio, 300 operai sono saliti sul tetto dello stabilimento, minacciando il suicidio. «Ci sentiamo senza prospettive, per questo abbiamo minacciato il suicidio di massa», ha raccontato al Telegraph un operaio.
Scavando un po' al di sotto della superficie di queste notizie di cronaca, possiamo giungere a determinate conclusioni. In Europa l'interruttore che può far scattare il suicidio in un disoccupato è la sistematica delusione delle aspettative che la società ripone nel singolo individuo. Pensiamoci bene: quando un uomo è considerato un vincente o comunque una parte vitale del tessuto sociale? Semplice, quando lavora e quando riesce a mantenere se stesso e la sua famiglia senza dover ricorrere all'aiuto di persone o enti esterni al proprio nucleo familiare. La perdita del lavoro e dell'indipendenza economica è quindi vissuta come una vera e propria umiliazione, il cui peso può diventare insostenibile. In Cina, e negli altri paesi dove solitamente le aziende occidentali delocalizzano la produzione, a uccidere sono le condizioni di lavoro insostenibili e le tutele pressoché assenti. Uno scenario che ricorda da vicino quello dell'Inghilterra durante la rivoluzione industriale, fatto di salari ridotti all'osso, lavoro massacrante e alienazione: quanto basta per togliere la voglia di vivere a qualsiasi individuo. 

E in Italia? Purtroppo non sono riuscito a trovare dati recenti, ma spulciando sulla rete sono comunque riuscito a racimolare qualche informazione interessante. Da uno studio dell'Eures, intitolato "Il suicidio in Italia al tempo della crisi. Caratteristiche, evoluzioni e tendenze", si può evincere come nel 2009, anno in cui la crisi economico-finanziaria ha iniziato a farsi sentire anche nel Belpaese, i suicidi siano aumentati di quasi il 6% rispetto al 2008. Ora, considerando il peggioramento globale delle condizioni di vita dei salariati italiani e l'aumento spropositato del costo della vita, è difficile riuscire a sperare in una inversione di tendenza, anzi, è molto più probabile che questo aumento sia cresciuto progressivamente con il passare degli anni.

Torniamo, per concludere, a Durkheim. Pare abbastanza chiaro che il modello socio-economico capitalista, basato sullo sfruttamento tanto degli esseri viventi (umani e non), quanto della Natura e delle sue risorse, in nome del profitto e dell'accumulazione di capitale, stia mostrando ancora una volta il suo vero volto, oltre a palesare la sua inefficacia come modello perfetto e massima aspirazione per il genere umano. Il sistema capitalista è piuttosto, per usare le parole di Bauman che a sua volta cita Rosa Luxemburg, un sistema parassitario. E da che mondo è mondo i parassiti vanno debellati.

*Ho deciso di non inserire più i link degli articoli della stampa italiana per una serie di motivi che spiegherò meglio in un articolo a parte.

giovedì 22 marzo 2012

Comunicazione di servizio

Il mio rapporto conflittuale con la tecnologia segna, per il mese di marzo, uno schiacciante 2 a 0 a favore della mia antagonista. Infatti, nel giro di poco meno di una settimana, sono riuscito a farmi disattivare "per errore" la connessione Internet a casa dei miei e a bruciare il disco fisso del portatile. Insomma, un vero e proprio disastro per il sottoscritto che, oltre a scrivere su questo blog, sopravvive grazie all'attività di web writer, necessitando quindi di una connessione relativamente veloce e sicuramente più stabile di quella fornita dalla chiavetta internet che sto usando in questo momento. Aggeggio tecnologico che mi causa abnormi trabocchi di bile ogni volta che si blocca, cioè ogni cinque minuti scarsi. Fate voi il conto dei moccoli che posso aver tirato scrivendo queste poche righe. Il succo del discorso, giusto per stringere, è che finchè non mi ritornerà una linea decente non potrò aggiornare moltissimo il blog, nonostante sia in una fase di grafomania cronica. Per fortuna sto scrivendo tutto su carta, in modo che mi basterà ribattere tutto al pc, quindi preparatevi ad una futura pioggia di post. Chiudo con una piccola riflessione: quanto è svilente scoprire di essere diventati così dipendenti da una cosa astratta e voluttuaria come la rete? Che sia diventata un nuovo bisogno primario, al pari del cibo e dell'acqua, per l'homo tecnologicus?


giovedì 1 marzo 2012

Sedicente editoriale: ed è arrivato marzo

Alla fine è arrivato marzo. La primavera è alle porte e forse vale la pena fare un po' il bilancio dell'attività di questo piccolo angolo della rete, magari provando a buttare giù qualche idea per il futuro. In realtà si tratta solamente di un modo nemmeno tanto ingegnoso di auto-lodarmi, ma vabbè.

Partiamo dai numeri. Nei primi due mesi del 2012, nonostante avessi abbandonato completamente il blog da ottobre, ho potuto riscontrare un incremento nel numero di visitatori, tanto che il loro numero è costantemente sopra i trecento mensili, con una tendenza all'incremento. Il tutto senza che il sottoscritto abbia mai fatto molto per sponsorizzare questa pagina, a parte mettere RSS Graffiti su Facebook. Sono cose che fanno indubbiamente piacere, specialmente quando si è quasi completamente privi di autostima come il sottoscritto. Le pagine più visitate sono quelle su Andrej Chikatilo, la recensione de "L'ombra dello scorpione" e una mia riflessione su Huxley.

Per il futuro, quindi, cercherò di orientarmi in questo senso, cercando di impegnarmi a realizzare almeno un post serio a settimana, con tutto il corollario di sfoghi e altre amenità. Per quanto riguarda la recensioni, temo che bisognerà aspettare un po', visto che disoccupazione e costo esorbitante dei libri in Italia non vanno molto d'accordo. Potrei puntare sugli e-book - cosa che in effetti vorrei fare - ma prima dovrei recuperare un reader, visto che dopo 10 minuti di lettura al pc mi si incrociano gli occhi. Ma non temete, ne arriveranno anche altre...prima o poi.

mercoledì 29 febbraio 2012

Un patrimonio che cade a pezzi

Il patrimonio artistico e culturale italiano è, con i suoi quarantasette siti Unesco, oltre tremila musei e più di duemila tra siti ed aree archeologiche, uno dei più vasti e variegati al mondo. Opere e reperti che si possono collocare su di un arco temporale che va dalla preistoria ai giorni nostri e che potrebbero richiamare milioni e milioni di visitatori ogni anno, se solo fossero valorizzati abbastanza.

Lo spunto per scrivere questo post mi è venuto leggendo un articolo comparso ieri sull'edizione online del Corriere della Sera, in cui vengono descritte le condizioni vergognose in cui versa la necropoli etrusca di Cerveteri. Sintetizzando al massimo, per chi non avesse voglia di leggersi tutto l'articolo, si può tranquillamente affermare che il sito archeologico è praticamente abbandonato a sè stesso e al saccheggio dei tombaroli (con la copertura, nemmeno troppo velata, di parte degli apparati di governo locale), mentre il numero dei turisti è in costante calo, nonostante la vicinanza ad un porto importante come Civitavecchia e la tutela Unesco del 2004. 

Purtroppo non si tratta di un caso isolato, come ci dimostrano i continui crolli di Pompei, ma di una situazione gravissima ed endemica su (quasi) tutto il territorio nazionale. Laddove non è l'incuria a fare danni, ci si mette la speculazione edilizia, come nel caso della necropoli punica di Tuxiveddu a Cagliari, la più grande ancora esistente, che corre il serio rischio di essere sepolta da una colata di cemento. Oppure le discutibili modalità di restauro, come per il Colosseo, dove pare che ad effettuare i lavori non saranno i restauratori ma semplici operai edili (nulla togliere ai muratori, visto che mio nonno lo è stato per tutta la vita). Infine c'è anche la sordità della politica e tra i tanti esempi che si potrebbero fare ne scelgo due che ho ad un tiro di schioppo da casa: la Certosa di Calci e le navi romane di Pisa. La prima cade letteralmente a pezzi, mentre le altre sono da anni nel limbo della mancanza di fondi e, nonostante diverse sollecitazioni, nessun ministro competente si è mai occupato di loro. Questo giusto per fare qualche esempio, visto che per fare un elenco di tutte le situazioni di questo tipo ci vorrebbe una vita intera.

Sembra incredibile, ma anche quando si fa qualcosa di sensato c'è sempre qualcuno pronto a lamentarsi, come nel caso della teca dell'Ara Pacis. L'opera di Meier può non piacere dal punto di vista soggettivo, ma non si può negare la sua utilità nel preservare un bene archeologico, vista la quantità di veicoli che transita per il Lungotevere.

Qualcuno dirà che con la crisi in atto ci sono ben altri problemi e altre priorità. Perfetto, però pensate un attimo a quanti posti di lavoro si potrebbero creare, soprattutto in aree economicamente depresse, come il Mezzogiorno e le isole. Occupazione che non rischierebbe di venire meno con una delocalizzazione e che aiuterebbe lo sviluppo delle comunità locali. Invece no, meglio scavare tunnel che porteranno ricchezza ai soliti noti e comprare bombardieri di ultima generazione.

mercoledì 22 febbraio 2012

Geni e discriminazione

La paura e l'ostilità nei confronti del diverso hanno accompagnato l'umanità sin dalla notte dei tempi, basti pensare al concetto di "bàrbaros" tipico della grecità e della cultura classica, o alla "limpieza de sangre" tanto cara alla corona spagnola del quindicesimo e sedicesimo secolo, fino ad arrivare ai nostri giorni. Nel corso della storia sono esistite ed esistono tuttora diversi tipi di discriminazione: in base all'orientamento sessuale, in base all'appartenenza etnica o religiosa e in base al genere. Negli USA, che sono sempre all'avanguardia in tutto, ne è emersa una nuova forma, altrettanto subdola e vigliacca: la discriminazione su base genetica.

La vicenda di Pamela Fink, raccontata in questo articolo, è paradigmatica. La donna, infatti, sarebbe stata licenziata dopo aver rivelato ai suoi datori di lavoro l'esito di un test genetico che evidenziava la sua predisposizione al cancro al seno. Sia ben chiaro che la predisposizione ad una malattia non implica in alcun modo la certezza matematica dell'insorgere della stessa, ma soltanto una probabilità più alta di svilupparla rispetto ad un individuo non predisposto. Purtroppo pare che non si tratti di un caso isolato, visto che la relazione annuale dell'Equal Employment Opportunity Commission parla di ben 245 casi di discriminazione genetica avvenuti nel 2011, con un aumento del 20% rispetto all'anno precedente. Un trend molto poco incoraggiante, nonostante l'entrata in vigore del Genetic Information Nondiscrimination Act (GINA) del 2008 che dovrebbe appunto tutelare i lavoratori da discriminazioni di questo tipo.

La notizia mi ha fatto ricordare un corso di filosofia morale che ho seguito in quel di Trento, quando ero ancora un giovincello entusiasta che riteneva l'università un luogo di cultura, crescita e libero scambio di idee. Tale corso era incentrato sulla bioetica e in una lezione si parlò proprio di questo argomento, visto che solleva problemi di tipo etico-morale non indifferenti. In primo luogo, che fare se un giorno lo screening genetico venisse assimilato al narcotest diventando così conditio sine qua non per poter ottenere un qualsiasi posto di lavoro? Io non sono certo di voler sapere se il mio corredo genetico aumenta il rischio che possa contrarre questa o quella malattia, visto che conoscendomi potrei cadere nel tunnel senza uscita dell'ipocondria. 

In secondo luogo, come può il futuro di un individuo dipendere da una probabilità statistica che non sarà mai indice di certezza assoluta? Nulla prova che una persona con un profilo biologico X sia un lavoratore migliore o peggiore di chi possiede un profilo Y o Z. L'unica differenza sta nel fatto che, qualora insorgesse una malattia, l'azienda sarebbe costretta a sostenere diverse spese accessorie: la selezione a monte diventa, quindi, una forma di tutela per l'azienda e i suoi profitti. Poco importa se il lavoratore rimane in mezzo alla strada.

Gli scenari che si profilano all'orizzonte sono decisamente inquietanti. Quanto sta accadendo in America sembra quasi un rewind delle teorie lombrosiane, in cui la fisiognomica è stata sostituita dalla genetica, dove sono i geni a stabilire se una persona potrà avere un lavoro ed entrare a far parte della comunità o se sarà destinata ad essere un paria. In sostanza una nuova forma di classismo basata sul DNA senza possibilità di riscatto per coloro che si ritroveranno, loro malgrado, nelle classi più basse. A questo punto sorge spontanea una domanda, ancora più inquietante della premessa, ovvero che ne sarà di tutti quegli individui che saranno giudicati improduttivi in una società del genere? La futura elite vorrà accollarsi i costi per il mantenimento degli individui giudicati - dal loro punto di vista - biologicamente inferiori o ci sarà una nuova folle corsa verso l'eugenetica?

lunedì 30 gennaio 2012

Il dottor Huxley, la distopia e le "profezie"

La profonda ammirazione del sottoscritto nei confronti di Aldous Huxley e della sua opera più conosciuta è facilmente intuibile dal nome che ho scelto per questo blog. Giovedì sera mi è capitato di discutere proprio de "Il mondo nuovo" insieme a degli amici con cui ero uscito a cena e, tra un sorso di birra e un altro, siamo giunti alla conclusione che, al di là dei gusti personali, il romanzo si è rivelato "profetico" sotto diversi punti di vista. Da qui l'idea di approfondire l'argomento, visto che una certa quantità di preveggenza è comune anche ad altre opere distopiche.

Quello descritto da Huxley nella sua opera, pubblicata per la prima volta nel "lontano" 1932, è un mondo profondamente ambivalente. Il genere umano conduce, grazie anche ad un enorme progresso tecnologico, un'esistenza apparentemente felice, priva delle preoccupazioni e dei problemi che affliggono quotidianamente l'uomo moderno, ma tutto ciò ha un prezzo: la sua completa de-umanizzazione. Gli esseri umani, infatti, vengono prodotti in serie in apposite strutture governative, all'interno delle quali avviene anche lo sviluppo degli embrioni in ambiente extra-uterino e la successiva suddivisione in caste. Gli individui alfa e beta, destinati a ricoprire incarichi dirigenziali, hanno uno sviluppo normale, mentre le tre caste "inferiori", ovvero gamma, delta ed epsilon, sono sottoposti al cosiddetto "processo Bokanovsky", attraverso il quale è possibile ottenere un gran numero di coppie di gemelli a partire da un singolo embrione fecondato, e ad altri procedimenti al fine di abbassare il loro grado di intelligenza. Gli umani così ottenuti vengono sottoposti fin dalla nascita ad un processo di condizionamento che prevede l'ipnosi e l'impiego massiccio di slogan ripetuti come mantra e, una volta divenuti adulti, possono ricorrere al "soma", una potente droga euforizzante, che viene distribuita gratuitamente.

Huxley sembra essere riuscito a prevedere, con ben ottanta anni di anticipo, diversi aspetti del mondo contemporaneo; ciò emerge fin dalle prime pagine del romanzo, quando il Direttore del Centro di incubazione e condizionamento di Londra Centrale illustra a degli studenti il già citato "processo Bokanovsky", che ricorda a grandi linee sia la manipolazione genetica, sia la clonazione. Argomenti che oggi sono di stringente attualità, ma che all'epoca erano pura fantascienza non essendo ancora stato scoperto il DNA. Una sorta di "preveggenza" condivisa anche con altre opere di genere distopico, basti pensare a "Noi" di Zamjatin, in cui si possono ravvisare la completa spersonalizzazione dell'individuo ridotto a un numero e l'alienante organizzazione del lavoro tipica dei grandi complessi industriali moderni (come la Foxconn, giusto per fare un esempio), o a "1984" di George Orwell, in cui è descritto un sistema di controllo sociale che sembra realizzarsi anche nel nostro mondo: telecamere in ogni angolo, droni, parametri biometrici, protocolli RFID, schedature di massa...

Altre fosche previsioni sono contenute nel saggio "Ritorno al mondo nuovo". Scritto nel 1958, rielabora ed amplia alcune delle tematiche già descritte nel romanzo, come il condizionamento e il lavaggio del cervello, aggiungendone di nuove, come la sovrappopolazione. Rileggendo queste pagine nel 2012 non si può fare a meno di rimanere colpiti dalla lucidità di Huxley nel delineare scenari che si sono effettivamente verificati, perchè il mondo descritto in quelle pagine non è un ipotetico mondo futuro: è il nostro. Lo scrittore inglese parla di un accentramento della ricchezza e del potere economico nelle mani di pochi individui, cosa che è puntualmente accaduta nel momento in cui l'asse del potere si è spostato dagli Stati ai grandi istituti di credito, alle banche centrali e ai loro azionisti. Allo stesso modo come definire il bombardamento mediatico da parte di media sempre più rispondenti ad interessi lobbistici, la creazione di "mostri" e di fantomatici nemici - interni o esterni è ininfluente - oppure la creazione di bisogni artificiali da soddisfare attraverso l'acquisto di quel dato prodotto, se non "lavaggio del cervello"?.

Mi rendo conto di essere stato molto sintetico, forse anche troppo; tuttavia, per vari motivi, non ho potuto fare altrimenti. Per trattare in maniera esaustiva un argomento come la distopia e i parallelismi tra scenari ipotetici e mondo reale sarebbe necessario scrivere un saggio, cosa che non mi dispiacerebbe fare, ma che ora mi risulta impossibile. Concludo con un piccolo consiglio: se avete già letto i libri menzionati in questo post provate a rileggerli; in caso contrario correte in biblioteca e prendeteli in prestito.

domenica 16 ottobre 2011

Riflessioni varie sul 15 ottobre

Questo post non avrebbe mai dovuto vedere la luce. In primis perchè avevo deciso di concludere questo progetto in maniera più o meno definitiva, a causa di varie questioni personali. In secondo luogo perchè speravo di non dover leggere/vedere/sentire certe cose relative alla giornata di ieri. Purtroppo - o per fortuna - mi è successo ed eccomi di nuovo qui a scrivere, cercando di sfogare l'incazzatura cosmica che mi è montata nel modo più costruttivo che mi è venuto in mente.

Non ho la minima intenzione di stare a gettare altre parole nel calderone infernale della paranoia parlando di infiltrati, tanto meno voglio scadere nella retorica della manifestazione rovinata da quattro facinorosi. A quello, e a creare il clima da caccia alle streghe, ci pensa già la redazione di Repubblica.

Partiamo con certe dichiarazioni che a mio avviso sono agghiaccianti, come quelle di chi parla apertamente di "nemici" e di "regolamenti" con questa o quella realtà. Agghiaccianti perchè lasciano trapelare un disegno egemonico volto a delegittimare e spazzar via qualsiasi tipo di pratica o contenuto ritenuto non conferme alla loro prassi politica. Per dirla chiaramente è un atteggiamento dalle forti tinte autoritarie, per non dire fasciste. Il tutto in barba ai proclami sul bisogno di democrazia. La cosa tuttavia non mi stupisce più di tanto, visto che provengono da personaggi che di fatto hanno sempre utilizzato i movimenti per lanciare le proprie candidature politiche: prima coi Verdi, poi con Rifondazione e infine in proprie liste civiche. La poltrona prima di tutto e con ogni mezzo necessario.

Si è arrivati anche a pubblicare in rete i primi piani di "presunti black bloc", foto date in pasto ad una folla forcaiola che chiede a gran voce provvedimenti draconiani. Gente che si definisce "democratica" e che finisce con l'usare gli stessi metodi dei regimi e con lo scordarsi che in uno stato formalmente "democratico" esiste una cosa chiamata presunzione di innocenza. Gente che esultava per le rivolte in Egitto e Tunisia e che ora inorridisce davanti ad una Mercedes data alle fiamme, come se Ben Alì e compagnia bella fossero stati cacciati a suon di parate colorate. Gente che in piazza invocava a gran voce le cariche contro i "violenti" - che probabilmente sono i loro figli o nipoti - salvo poi augurare la morte al vigile che gli dà la multa per aver parcheggiato in doppia fila. Gente che vuole mettersi a fare il poliziotto a tutti i costi, incurante del fatto che oggi tocca al "violento" mentre domani potrebbe toccare a chiunque. Ah, già, loro non hanno nulla da nascondere...

Finisco coi giornali. Finisco con il Corriere che rilancia l'appello a segnalare alla Polizia chiunque possa essere stato implicato in azioni violente. Finisco con Repubblica che, pur di non mostrare la polizia che attacca il corpo del corteo, i blindati lanciati a folle velocità in mezzo alla folla e contro il Tir dei Cobas, preferisce mostrare una statua della Madonna fatta a pezzi.

Questa è l'Italia e questi sono gli italiani. Svegliatevi gente.


lunedì 25 luglio 2011

Oslo, Utoya e alcune riflessioni

Il duplice attentato di Oslo non può che spingerci ad una serie di riflessioni, la prima di carattere generale e la seconda più contestualizzata nella realtà italiana.

Innanzitutto ci ricorda che il fanatismo religioso non è una prerogativa dell'Islam, bensì una degenerazione presente in tutte le confessioni monoteiste (e non solo). Ci ricorda anche che tra l'estremismo islamico e quello cristiano ci sono ben poche differenze. Lo sanno bene negli Stati Uniti, dove diversi reverendi protestanti hanno pensato bene di bruciare il Corano in pubblico e dove gli attivisti antiabortisti cristiani pensano bene di difendere la vita uccidendo medici e facendo esplodere le cliniche in cui si pratica l'interruzione di gravidanza. Anche nel Vecchio Continente non si scherza, tra prelati lefebrviani negazionisti e integralisti sempre più legati a partiti politici e politicanti che, come Borghezio, pensano di vivere ancora ai tempi delle Crociate.

Tornando brevemente all'attentatore di Oslo, le dichiarazioni e i metodi di Breivik non sono poi molto diverse da quelle dei propugnatori della Jihad. Con loro condivide il concetto di martirio, l'intima convinzione della giustezza delle proprie idee ritenute verità assoluta e quindi superiori a tutte le altre e, infine, la giustificazione dello stragismo e del ricorso alle armi di distruzione di massa. Tutto questo lo si può leggere nel suo memoriale di 1500 pagine in cui, oltre ad auspicare lo scoppio di una guerra civile europea contro il multiculturalismo e il marxismo per la difesa dei valori cristiani, si avventura in una fantasiosa ricostruzione dei crimini musulmani contro i seguaci di Cristo. Arriva addirittura a bollare come Jihad il genocidio armeno e la cacciata dei greci dalla Turchia nel 1923, dimenticandosi ad arte che i Giovani Turchi erano sì musulmani, ma laici. Un documento senza capo nè coda, che però potrebbe diventare il "Mein Kampf" di una nuova generazione di fanatici religiosi.

Una riflessione a parte - la seconda NdA - merita l'atteggiamento scandaloso dei mezzi di informazione italiani nel dare la notizia. Fin dai primi minuti è iniziato il bombardamento mediatico attribuendo la responsabilità dell'attentato a fantomatici terroristi islamici, bombardamento che è proseguito anche dopo l'arresto di Breivik, uomo dai tipici tratti mediorientali. Anche il giorno successivo, nonostante fosse palese l'estraneità della pista jihadista, alcuni telegiornali continuavano a ribadire le similitudini tra l'attentato di Oslo e quelli che si verificano in Afghanistan o in Iraq. Non parliamo poi di certi quotidiani come "Libero" o "Il Giornale" che contro ogni evidenza titolavano in prima pagina "Sono ancora loro", per poi affidare ad editoriali precompilati di soggetti come Fiamma Nirenstein e Magdi Allam, noti per le loro posizioni concilianti, una serie di sproloqui degni di un crociato. Allam è riuscito addirittura a scrivere che <<Se vogliamo sconfiggere questo razzi­smo dobbiamo porre fine al multi­culturalismo.”>> (sic!)! Come dire che la Shoah c'è stata perchè gli ebrei erano ebrei (e non perchè Hitler era un folle) o che gli ugonotti, i catari e i valdesi siano stati massacrati perchè erano appunto ugonotti, catari e valdesi (e non perchè Sancta Mater Ecclesiae voleva mantenere l'egemonia sulle anime europee). A rincarare la dose oggi ci si è messo lo stesso Feltri. Il Vate del giornalismo italiano - talmente Vate da meritarsi una sospensione dall'ordine degli scribacchini - è arrivato ad attribuire l'alto numero dei morti sull'isola di Utoya agli stessi ragazzi che, a suo dire, pensavano soltanto a salvarsi con sommo egoismo. Insomma, ha trasferito la colpa dal carnefice alle vittime. A pensarci bene in Italia abbiamo una tradizione piuttosto lunga in questo campo, basti pensare quando, in tempi non troppo lontani, per uno stupro veniva considerata colpevole la donna "provocatrice" e non l'uomo maniaco.

lunedì 11 luglio 2011

Sedicente editoriale: propositi estivi

Come ogni anno è esplosa l'estate. Il caldo è tanto, la voglia di accendere il pc e saturare ulteriormente di calore la stanza è ai minimi storici e di conseguenza l'aggiornamento del blog lascia un po' a desiderare. Mi rendo conto che è una giustificazione piuttosto scialba, quindi non mi resta che fare un mea culpa grande quanto una casa. Detto questo vi informo che non mi prenderò nessuna pausa, anzi, continuerò ad aggiornare il blog: questo post in effetti dovrebbe servire solo ad anticiparvi un po' di cose. Ammesso che vi possa interessare.

Continuerò con le recensioni, come prima e più di prima. L'unica differenza è che non tratterò più solo libri stampati su carta, ma aprirò le pagine di questo spazio virtuale anche agli ebook, ovvero ai libri in formato digitale. Qualcuno storcerà il naso - io per primo sono un feticista della carta - ma approfondendo l'argomento si possono scoprire una marea di cose interessanti, oltre a delle vere e proprie chicche.

Scriverò una serie di articoli sui serial killer. Nessuna mitizzazione, niente particolari splatter: solo i meccanismi psicologici che si annidano nella mente dei predatori di uomini e i metodi di indagine di chi cerca di catturarli. Niente di più, niente di meno.

Scriverò anche qualche articoletto "storico". Niente pipponi teorici, ma solo qualche approfondimento che spero possa essere di vostro interesse. Insomma, voglio applicare una volta per tutte quello che ho studiato per anni e dare libero sfogo ad una delle mie più grandi passioni.

Per concludere vi anticipo che verso settembre dovrei partecipare ad un progetto di scrittura condivisa...e che ho ripreso a scrivere più o meno seriamente... chissà dove mi porterà tutto questo...

mercoledì 1 giugno 2011

Sedicente editoriale: analizzando dati

Siamo a giugno. "Il mondo nuovo" ha superato il mese di vita e penso sia il caso di provare a buttare giù qualche considerazione, anche perchè alcuni dati delle statistiche del blog mi fanno sorridere. Sì, questo è un post di autocelebrazione, però a leggerlo tutto vi farete sicuramente almeno una risata.

Partiamo dal numero di visite. Il blog sta crescendo lentamente ma costantemente e ogni giorno si registrano un buon numero di visite, con l'eccezione del 15 maggio, giorno in cui la piattaforma Blogger non era attiva. Il tutto senza che il sottoscritto abbia fatto della promozione spammando il sito a destra e a manca. Direi che posso avere almeno un buon motivo per essere contento. Per quanto riguarda i singoli post devo - purtroppo - constatare che quelli più letti sono tutti quelli che trattano di politica e attualità, mentre le recensioni non se le guarda (quasi) nessuno. Insomma, a quanto pare ho toppato target o forse per la narrativa ci sono blog ben più autorevoli e seri del mio. In ogni caso ci sono ancora parecchio margine di miglioramento e mi sento fiducioso.

Ora siamo arrivati alla parte divertente. Sapete quali sono le parole chiave di ricerca con cui si arriva qui? Guardate un po' l'immagine qui sotto, relativa all'ultima settimana.


A quanto pare la maggior parte dei visitatori sono nazistoidi di internet. Pfff...i nazisti di internet. Io li odio i nazisti di internet.