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domenica 21 aprile 2013

La desolante situazione della cultura in Italia parte I


«Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti
ma per seguire virtute e canoscenza»
D. Alighieri, Divina Commedia, Inferno Canto XXVI

C'è stato un tempo in cui studiosi di mezza Europa perfezionavano i loro studi a Padova e Bologna e in cui gli artisti italiani erano richiesti e apprezzati dalla Russia al Portogallo. C'è stato un tempo in cui l'Italia è stata una culla per la cultura e per l'arte in tutte le sue forme. Un tempo, per l'appunto, perchè il presente, purtroppo, ci mostra un quadro alquanto diverso. I dati diffusi di recente dall'Ansa e relativi al 2011, infatti, fotografano una situazione a dir poco desolante, in cui l'Italia rappresenta il fanalino di coda dell'Europa a 27 per quanto riguarda la percentuale di spesa pubblica destinata alla cultura e all'istruzione. Con un esorbitante 1,1% destinato alla tutela e alla promozione del nostro, ahimè, martoriato patrimonio culturale riusciamo ad occupare la poco invidiabile ultima posizione, mentre con un 8,5% riservato al comparto dell'istruzione raggiungiamo il penultimo posto. Peggio di noi soltanto la Grecia devastata dalla crisi.

Si tratta di dati a dir poco agghiaccianti, ma che al tempo stesso non arrivano certo come un fulmine a ciel sereno. D'altra parte cosa aspettarsi da un Paese in cui nessuno parla di cultura durante la campagna elettorale e in cui nessuno si incazza per questo? L'Italia ha uno dei patrimoni culturali più vasti e variegati al mondo, eppure nell'immaginario collettivo si è radicata l'idea che la cultura sia un qualcosa di inutile, un orpello che non può dare da mangiare. Nulla di più sbagliato. Come avevo già accennato in un post dell'anno scorso, il patrimonio culturale può rappresentare, per l'Italia e soprattutto per buona parte dei territori storicamente depressi del Mezzogiorno, una grandissima molla in grado di stimolare l'occupazione e la gestione sostenibile del territorio attraverso la creazione di un vero e proprio indotto turistico. Le potenzialità esistono e sono enormi, ma a quanto pare chi di dovere non è interessato nè alla promozione nè alla tutela di quella che nei fatti è una vera e propria miniera d'oro. In questo vuoto non hanno tardato a farsi largo i privati, attirati dal ritorno di immagine e non solo. Un esempio su tutti può essere rappresentato dal restauro del Colosseo, uno dei monumenti più conosciuti al mondo, che è stato finanziato con 25 milioni di euro dal gruppo Tod's. Filantropia? Mecenatismo? Macchè! In cambio dell'obolo il gruppo marchigiano potrà contare su un cospicuo ritorno economico, attraverso la neocostituita associazione "Amici del Colosseo" e lo sfruttamento per quindici anni prorogabili del logo della stessa. Certo, sempre meglio che vedere l'Anfiteatro Flavio cadere a pezzi, però...

Altrettanto evidente è anche la noncuranza nei confronti del sistema scolastico e universitario, ormai relegato al ruolo di diplomificio/esamificio preposto a irreggimentare e a formare i futuri ingranaggi del sistema industriale e non più culla del libero pensiero e fucina culturale. Il 3 + 2 introdotto dalla riforma Berlinguer, il sistema dei crediti della Moratti e i successivi tagli di Tremonti e della Gelmini hanno portato ad una drastica contrazione dell'offerta didattica e alla condensazione di programmi altrimenti vastissimi in corsi della durata di poche settimane, il tutto a scapito dello scambio di idee, della coltivazione dello spirito critico negli studenti e del confronto tra punti di vista differenti, tanto che molto spesso - o quasi sempre - ci si adagia acriticamente sulle posizioni del docente. Con il FFO (Fondo di Finanziamento Ordinario) ridotto all'osso anche gli atenei si vedono costretti ad aprire le porte ai privati, con conseguenze facilmente immaginabili: i corsi di studio commercialmente appetibili verranno finanziati a pioggia, mentre i restanti saranno costretti ad una lenta e dolorosa agonia. Il discorso, comunque, è estremamente ampio e per essere trattato in maniera esaustiva necessita di un post ad hoc e che costituirà la seconda parte di questa dissertazione sullo stato della cultura nel Belpaese.

Un altro dato scioccante riguarda il più che preoccupante fenomeno dell'analfabetismo di ritorno che, almeno secondo questo articolo, riguarda ben sette italiani su dieci. Questa è la percentuale degli italiani incapaci di comprendere un testo di media complessità, come ad esempio un semplice articolo di giornale. Agghiacciante, ma al tempo stesso illuminante perchè offre una spiegazione razionale alla storia politica dell'ultimo ventennio. Un elettore semi-analfabeta, infatti, è un elettore privo degli strumenti per analizzare in modo autonomo la realtà che lo circonda e una persona politicamente "ingenua" è facilmente manipolabile e si presenta come facile preda per tutta una serie di politici che fanno del populismo da bar uno dei loro cavalli di battaglia. Lo hanno ampiamente dimostrato la Lega Nord, Berlusconi e ora anche il M5S (che peraltro si vanta di non avere intellettuali tra le proprie fila...). Si tratta di un problema di capitale importanza che mette a nudo le contraddizioni insite nella democrazia rappresentativa, contraddizioni che in Italia sono esacerbate da una legge elettorale scandalosa. A partire da questo dato forse è necessario iniziare a ripensare in toto il concetto di partecipazione e quello stesso di democrazia, teorizzando e praticando nuove forme gestionali e decisionali, ma questo è un altro discorso...

domenica 15 luglio 2012

Undici anni dopo

Questo post vaga nella mia testa da un paio di giorni. Ogni volta che provo a dare ordine ai miei pensieri, mi ritrovo a fissare il foglio bianco con sguardo assente, perchè non è facile scrivere quando ogni singola fibra del tuo corpo, ogni singola sinapsi, è satura di rabbia e impotenza. Non è possibile provare altro ripensando al G8 di Genova, alle recenti sentenze e alla totale disparità di giudizio tra imputati con e senza divisa.

Da un lato abbiamo visto attenuanti, prescrizioni e condanne a dir poco simboliche, come i cinque anni di sospensione dai pubblici uffici, poco più di una lunga vacanza, comminati ai dirigenti di pubblica sicurezza che guidarono il blitz alla scuola Diaz o gli anni di carcere - al massimo tre - inflitti ai torturatori di Bolzaneto. Abbiamo visto gente come Gianni De Gennaro, all'epoca capo della polizia, fare carriera e diventare sottosegretario.

Dall'altra abbiamo visto l'accanimento dello Stato nei confronti degli arrestati, alla richiesta di condanne esemplari per "devastazione e saccheggio", residuo della legislazione fascista, o per "compartecipazione psichica", una trovata degna di Orwell. Condanne che sono state confermate dalla Corte di Cassazione il 13 luglio di questo anno.

Al di là della cronaca, il G8 di Genova ci offre diversi spunti di riflessione. In primo luogo ci mostra come lo Stato riesca sempre a trovare il modo di proteggere i propri servitori, anche quando questi si macchiano di reati odiosi. Lo dimostra ampiamente il processo per la mattanza della Diaz in cui, tra l'altro, sono stati assolti dall'accusa di lesioni nove celerini: in parole povere, il braccio rimane impunito perchè gli agenti non indossano segni di riconoscimento, mentre la mente viene semplicemente mandata in vacanza, ma solo per evitare problemi con Amnesty International che, a suo tempo, definì questi fatti come "la più grande sospensione dei diritti democratici in una nazione occidentale dalla Seconda Guerra mondiale".

Questo ci riporta immediatamente al secondo punto. Può essere considerato "democratico" un paese in cui sono ancora in vigore leggi approvate durante un regime dittatoriale? Il codice penale italiano è, infatti, il frutto di un percorso quinquennale compiutosi tra il 1925 e il 1930, anno in cui il cosiddetto "codice Rocco" venne promulgato ufficialmente da re Vittorio Emanuele III e da Benito Mussolini. Nonostante la caduta del fascismo, la nascita della repubblica, la promulgazione di una costituzione "democratica", il codice Rocco è ancora lì, quasi intonso dopo più di ottanta anni. Inoltre, si può considerare "democratico" un paese in cui non è stato introdotto il reato di tortura? L'Italia ha firmato nel 1988 la convenzione ONU contro la Tortura eppure in ventiquattro anni non è stato fatto un solo passo per giungere ad una sua ratifica. L'introduzione del reato di tortura avrebbe impedito la prescrizione per i torturatori di Bolzaneto.

L'introduzione della cosiddetta "compartecipazione psichica" apre scenari ancora più inquietanti. Con questo cavillo, infatti, non si vanno a punire le singole responsabilità, bensì la sola presenza sul luogo ove si compie il fatto. In parole povere si punisce il diritto a manifestare, si crea l'idea che il solo scendere in piazza sia fonte di colpevolezza, aprendo così la strada alla repressione. Allo stesso modo, come giustamente riportato nella pagina FB di Femminismo A Sud, si è venuto a creare un clima "normalizzante" nei confronti della violenza poliziesca sui manifestanti. Ad ogni manifestazione siamo inondati da notizie che parlano di sedicenti scontri - anche quando in realtà si tratta di cariche a sangue freddo - corredate da immagini di manifestanti sanguinanti e con la testa rotta: un modo subdolo e sottile per far passare il messaggio che chi viene pestato in piazza dalla polizia è per forza colpevole di qualcosa.

Alla luce di queste riflessioni, e sicuramente me ne sono sfuggite altrettante, è più che ragionevole pensare che il G8 di Genova e i relativi processi siano stati un enorme banco di prova per tecniche di dittatura, tanto più se si osserva con attenzione la situazione attuale, in cui le tensioni sociali si fanno sempre più esplosive.

domenica 13 maggio 2012

Strana Italia

Negli ultimi giorni sono successe un bel po' di cose su cui varrebbe spendere almeno una parolina. Complice il lavoro alla Weinkellerei che mi tiene impegnato quelle 10 ore al giorno, lasciandomi ben poco tempo da dedicare alla scrittura, mi vedo costretto a condensare il tutto in un post-zibaldone.

Partiamo con il ferimento di Roberto Adinolfi, dirigente di Ansaldo Nucleare, a Genova. La rivendicazione recapitata al Corriere della Sera  - qui leggibile - sembra chiarire la matrice anarco-insurrezionalista del gesto. Come nota il buon Mazzetta in un post sul suo blog, il testo non risulta del tutto convincente, a partire dal nome sbagliato di Bakunin e finendo con certa terminologia abbastanza atipica. Tralasciando il documento di rivendicazione, guardiamo un secondo alle reazioni del governo che, per bocca del ministro Cancellieri, ventila addirittura l'utilizzo dell'esercito per proteggere eventuali obiettivi sensibili. Dichiarazione piuttosto curiosa visto che segue di pochi giorni l'allarme della Commissione Europea, secondo cui sarebbe necessaria una ulteriore manovra correttiva per raggiungere il pareggio di bilancio nel 2013. Una ennesima richiesta di sacrifici, capace di incendiare ulteriormente gli animi già esasperati di chi ha già versato lacrime e sangue. Probabilmente sono solo un malpensante, però se ci mettiamo anche la nomina di De Gennaro a sottosegretario...

Passiamo alla marcia per la vita che si è tenuta oggi a Roma. Un rigurgito reazionario, capace di riunire soggetti come Forza Nuova, Militia Christi e i sedicenti "parlamentari per la vita", che vorrebbe cancellare il risultato di anni di lotte, oltre all'esito di uno dei referendum più partecipati della storia repubblicana. Il tutto con il patrocinio del comune di Roma e del sindaco Alemanno, lo stesso che regala milioni a Casa Pound per "comprare" la sede romana del movimento. Una cosa del genere sembra preannunciare una svolta reazionaria e conservatrice simile a quella avvenuta in Spagna con il governo Rajoy, che ha reintrodotto diverse misure restrittive contro l'aborto, cancellando alcuni progressi realizzati dal socialista Zapatero. Guardando le foto non si può non notare l'elevato numero di religiosi. Gente che per libera scelta ha deciso di rinunciare a procreare facendo voto di castità, ma nonostante questo si sente in diritto di imporre i propri precetti morali a tutta l'umanità, magari rimpiangendo i bei tempi di Torquemada. Come se ciò non bastasse a fare numero sono stati chiamati anche parecchi figuranti pagati, come si può leggere in questo post di Femminismo a Sud. La fiera del grottesco.

domenica 15 aprile 2012

Quel 28 maggio non è successo nulla

Il 28 maggio 1974 a Brescia, in piazza della Loggia, non è successo assolutamente nulla. Nessuna manifestazione antifascista, nessuna bomba dentro ad un cestino, nessun morto e nessun ferito. Perchè lo Stato ha deciso che per quella strage, una delle tante che ha insanguinato la penisola nel secondo dopoguerra, non esistono colpevoli. 

Perchè l'assoluzione in appello di Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi, Maurizio Tramonte e del generale dei carabinieri Francesco Delfino, oltre all'inammissibilità dei ricorsi contro Pino Rauti, presentati da due delle parti civili, che ora dovranno sobbarcarsi pure il pagamento delle spese processuali, significa soltanto questo. Alla fine il lungo lavoro di depistaggio, iniziato il giorno stesso della strage, quando i vigili del fuoco pulirono il selciato con le autopompe distruggendo una quantità enorme di prove prima che queste fossero raccolte e analizzate, è riuscito nel proprio intento. Quale? Quello di impedire il raggiungimento di una verità processuale super partes in grado di bloccare l'emergere di zone grigie, da sempre terreno fertile per balzane teorie - vedi quella della presunta doppia bomba a piazza Fontana, riproposta anche nel film di Marco Tullio Giordana - e revisionisti di ogni tipo che in Italia trovano terreno più fertile che altrove. D'altra parte siamo anche uno dei paesi con la più grande tradizione di apparati deviati dello Stato, servizi segreti collusi e tentativi golpisti più o meno bianchi. Chi manovrava i fili è morto da tempo o tiene la bocca rigorosamente cucita, mentre lo Stato, il 14 aprile come tante altre volte in passato, assolve se stesso.




martedì 6 marzo 2012

Per un pugno di dollari

Ieri ho scritto un post in cui parlavo delle varie strategie che possono essere messe in atto dal potere per delegittimare un movimento di protesta, ovvero repressione e demonizzazione attraverso i media. A dire il vero ce ne sarebbe pure un'altra che ho omesso non tanto per svogliatezza, quanto piuttosto per un mio errore di valutazione. Non credevo, infatti, che il Governo fosse così alla frutta da arrivare in così poco tempo alla "fase tre". Mentre girava voce che Napolitano, l'uomo del "dialogo", non avrebbe accolto la delegazione dei sindaci valsusini - politici, amministratori, mica blecche blocche della domenica - in quanto "saturo di impegni", sul sito di Repubblica compariva questo articolo.

Eccola la "fase tre", quella dettata dalla disperazione e dalla forsennata ricerca di un consenso che in Valle non c'è e non ci sarà mai. Ecco come chi detiene le leve del potere vuole far leva, in pieno periodo di crisi, sugli istinti più gretti dell'animo umano per spingere i valsusini a firmare un patto faustiano: un pugno di quattrini in cambio della valle e delle loro anime.

L'assurda pretesa di poter monetizzare il peggioramento delle condizioni di vita di una comunità e la devastazione ambientale in una intera valle, mostra l'assoluta miopia di chi ormai è abituato a ragionare esclusivamente in termini economici, incurante del rispetto della vita umana e della Natura. E dimostra anche l'arroganza di chi non ha ancora capito nulla di quella valle e di quei coraggiosi valligiani.

Monti, Napolitano...sarà düra!

lunedì 5 marzo 2012

Di pecorelle e sciacalli mediatici

Se non state attenti, i media vi faranno odiare le persone che vengono oppresse e amare quelle che opprimono. Malcom X


Cosa succede quando un'intera valle si oppone con fermezza ad un progetto che porterà benefici soltanto a pochi - ovvero alla CMC, coop rossa legata al PD, alla Rocksoil s.p.a, legata all'ex ministro Lunardi e a Impregilo - e alla criminalità organizzata? In un primo momento si lascia correre, aspettando che la protesta scemi fisiologicamente, fino a scomparire del tutto. Se questo non succede e, anzi, il movimento di protesta continua ad ingrandirsi contro ogni aspettativa, si passa alla repressione. In Val di Susa questa si è palesata con una forte militarizzazione del territorio, soprattutto nella zona del non-cantiere, attraverso la creazione di un dispositivo di sicurezza da novantamila euro al giorno, che prevede anche la presenza di svariati militari delle truppe alpine. De facto una vera e propria occupazione militare, che evidentemente non deve risultare sufficiente a Maroni che da giorni l'invio dell'esercito in valle, nemmeno si fosse ad Herat. Si passa poi a fare qualche arresto, come quelli del 26 gennaio, allo scopo di fiaccare il morale degli altri attivisti.

Qualcosa, però, va storto. Invece del risultato sperato, si ha un effetto boomerang che porta una grande ondata di solidarietà nei confronti del movimento NO TAV, come  come dimostrato dagli 80.000 che hanno manifestato a Bussoleno il 25 febbraio, dai "quattro gatti" - secondo il Corriere della Sera - del 3 marzo a Roma, nonchè dalle migliaia di partecipanti alle varie iniziative di solidarietà su tutto il territorio nazionale e non. Si passa, allora, ad un'altra strategia, molto più subdola e di più difficile individuazione, ovvero la demonizzazione del movimento attraverso un uso strumentale dei media, allo scopo di privarlo dell'appoggio popolare e motivare una successiva ondata repressiva. Il metodo è estremamente semplice e vale la pena analizzarlo un po' più nel dettaglio.

In primo luogo si procede ad una divisione tra manifestanti buoni e manifestanti cattivi, enfatizzando i presunti legami dei secondi con sedicenti internazionali dell'eversione, in modo da risvegliare l'atavico terrore dei moderati nei confronti di ogni sovvertimento dello status quo. In secondo luogo si scava nella vita di eventuali arrestati o di "personaggi di spicco" alla forsennata ricerca del marcio, fosse anche una caramella rubata all'asilo, da gettare in pasto al pubblico affamato di "scoop" e per dimostrare ancora una volta la malvagità insita in ogni individuo incapace di abbassare la testa e stare zitto. In terzo luogo si procede alla mistificazione della cronaca, sia tacendo le notizie, sia elaborandone di nuove completamente false, sia divulgando spezzoni di video o fotogrammi privati del loro contesto originario. Nell'ultima settimana di esempi ne abbiamo avuti tantissimi, tra cui:


  • gli scontri in stazione a Torino. Diverse cariche a freddo e i lacrimogeni lanciati nei treni sono stati messi in secondo piano e liquidati come risposta per il lancio di pietre da parte dei manifestanti. Evidentemente a qualcuno non andava bene l'assenza di scontri durante la grande manifestazione a Bussoleno;
  • Luca e il traliccio. Si è enfatizzato il gesto di Luca etichettandolo come sconsiderato, senza menzionare i ritardi nei soccorsi e la violazione di qualsiasi protocollo operativo da applicare in situazioni di questo tipo, ovvero interruzione della corrente e intervento dei vigili del fuoco con materassi gonfiabili. La diffusione del video della Questura, senza audio e palesemente tagliato, unita a quanto successo con Turi Vaccaro - ovvero l'applicazione delle precauzioni sopraccitate - non fa che avvalorare la tesi secondo cui la caduta di Luca non sia stata del tutto accidentale;
  • Perino e la telefonata. Lo sfogo di Perino è stato fatto passare come una sequela di insulti del tutto gratuiti. In realtà, ascoltando la registrazione della chiamata, si può facilmente notare come lo stesso Perino sia stato incalzato da Cruciani. Considerato lo stato di Perino, provato per la mobilitazione e per l'incertezza circa le condizioni cliniche di Luca, il risultato non poteva che essere questo;
  • La pecorella. Il video in cui un manifestante definisce "pecorella" un carabiniere ha fatto il giro della rete. Peccato fosse soltanto un frammento di un discorso molto più ampio, che riguardava anche temi come l'assenza di numeri identificativi sulle uniformi degli agenti. Subito sono stati scritti articoli per elevare il carabiniere in questione a cittadino modello per non aver reagito alle provocazioni - dimenticandosi che così facendo si considerano normali gli abusi e la violenza poliziesca - e a uomo del popolo perchè ha uno stipendio "proletario". Allo stesso modo si sono sprecate le citazioni di Pasolini, ma vaglielo a spiegare ai sedicenti radical chic che Valle Giulia e la Val di Susa sono due realtà un po' differenti tra di loro. Ovviamente non una parola su questo.
  • Le "aggressioni" ai giornalisti. Ben presto sono girate voci riguardanti presunte aggressioni fisiche ai danni dei cronisti, la più famosa delle quali è quella presunta ai danni della troupe del Corriere della Sera. Peccato che sia stata gonfiata ad arte, come si evince da questo servizio di Sky. In effetti insulti e minacce ci sono state, ma da parte delle forze dell'ordine. Nonostante questo c'è stata una levata di scudi in difesa della libertà di stampa;
Ora sorge spontanea una domanda: può esistere la libertà di stampa in un paese come l'Italia? La risposta è no. Non può esistere laddove la maggioranza dei giornali è organo di partiti o movimenti politici oppure è controllata da grandi gruppi editoriali, come nel caso dei maggiori quotidiani nazionali, il Corriere della Sera che fa capo alla RCS Mediagroup e La Repubblica che è nella "scuderia" del Gruppo Editoriale l'Espresso a sua volta controllato dalla CIR di de Benedetti. Non può esistere nemmeno laddove, a fianco delle penne blasonate che firmato gli editoriali e gli articoli di opinione, esiste un esercito di precari senza tutele: si può essere veramente liberi di scrivere ciò che si pensa con la spada di Damocle della scadenza del contratto a progetto? Francamente penso proprio di no.






martedì 14 febbraio 2012

Due parole sulla situazione greca

Il 12 febbraio è stata per Atene, e per tutta la Grecia, una giornata di fuoco. Mentre nel parlamento ellenico veniva discussa e votata l'ennesima richiesta di sangue e sacrifici da parte del popolo greco, le strade di Atene e di molte altre città, come Salonicco, Patrasso e Iraklion, erano gremite da decine e decine di migliaia di persone: militanti, famiglie, ex partigiani come Manolis Glezos, uniti per ribadire il loro "no" alle imposizioni della BCE.

La stampa italiana non ha perso occasione per ribadire la propria pochezza tirando in ballo i soliti black bloc, ormai divenuti i responsabili di ogni nefandezza in qualunque angolo del globo. Cosa molto poco credibile guardando la folla che per ore e ore ha occupato piazza Syntagma, ma d'altra parte si sa, è molto meglio far credere al pavido cittadino modello che le strade sono invase da orde di blecche blocche violenti, ormai divenuti l'equivalente dell'uomo nero per tutti i cittadini rispettabili e timorati di Dio, piuttosto che parlare di un popolo che ormai ne ha le tasche piene di continui sacrifici.

Già l'anno passato i greci hanno dovuto sopportare una serie di misure di vera e propria macelleria sociale, a partire dai licenziamenti di massa, dai tagli alle pensioni e ai salari (con un perdita del potere di acquisto di circa il 20%), dai tagli alla sanità (circa il 40%) fino ad arrivare a privatizzazioni selvagge. Tutto questo ha fatto schizzare la disoccupazione al 20%, con punte del 50% tra i giovani, e ha gettato il 30% della popolazione ellenica in una condizione di povertà. Misure che al sottoscritto ricordano in parte quelle del governo italiano...

Il piano votato domenica notte prevede tra le altre cose un ulteriore abbassamento del salario minimo pari al 22%, il licenziamento di 150.000 dipendenti pubblici entro il 2015 e circa 50 miliardi di euro di ulteriori privatizzazioni. Un ulteriore intervento sulle pensioni è stato evitato tagliando di 300 milioni di euro il budget delle spese militare, anche se, come ci rivela il Corriere, queste subiranno un aumento di oltre il 18% rispetto al 2011, arrivando così a bruciare il 3% del PIL greco.

La popolazione è allo stremo, tanto che ancora nel primo semestre del 2011 il numero dei suicidi è aumentato di oltre il 40%, mentre il numero dei cittadini che si rivolgono ai centri medici delle ONG sono aumentati del 30%, quando nel periodo pre-crisi il numero delle richieste era appena il 4% del totale. Non è un caso, quindi, che di fronte allo sfacelo del sistema sanitario greco, siano proprio i lavoratori di questo settore a portare avanti nuove forme di lotta: l'ospedale di Kirkis, infatti, è stato occupato ed è autogestito dall'assemblea generale dei lavoratori.


lunedì 13 giugno 2011

E il quorum fu

Dopo 16 anni oggi è stato nuovamente superato il quorum in un referendum abrogativo. Al momento i dati del Viminale - ancora parziali visto che non includono i voti dall'estero - parlano di un'affluenza del 57% per tutti e quattro i quesiti, con una netta preponderanza per i sì, che al momento sono oltre il 90%. Mentre i comitati referendari festeggiano, il sottoscritto preferisce fare un paio di riflessioni, visto che, a pensarci bene, non c'è molto da stare allegri.

Mi spiego meglio. Tre dei quesiti riguardavano argomenti estremamente importanti quali l'acqua e l'energia nucleare. Quest'ultimo, poi, ha assunto un significato del tutto nuovo a seguito dell'incidente nell'impianto giapponese di Fukushima. Ora, per dei quesiti di capitale importanza come questi, un 57% di affluenza mi pare un po' poco, soprattutto se lo confrontiamo con il dato delle amministrative di maggio: al primo turno, nei comuni, si è raggiunto ben il 68,58% (fonte), dieci punti percentuali in più. Pur trattandosi di dati relativi a bacini di elettori estremamente diversi tra loro, credo che questo debba farci pensare un po'. In parte è sicuramente colpa dell'abitudine tutta italiana di prendere sottogamba i referendum, considerandoli poco più di una inutile perdita di tempo. Dall'altra è anche colpa di anni e anni di inviti a disertare le urne per impedire il raggiungimento del quorum, in modo da far fallire la consultazione. Entrambi sono bruttissimi segnali che dimostrano, a mio avviso, una scarsa coscienza politica: si continua a preferire la nomina di rappresentanti di cui spesso e volentieri non si conoscono neppure i nomi al poter decidere da sè, senza delegare niente a nessuno.

Un altro motivo più che sufficiente a contenere i festeggiamenti è il carattere temporaneo dell'esito del referendum. Il risultato, infatti, è valido solo per cinque anni, quindi oggi è stata vinta una battaglia, per carità importantissima, ma la guerra continua, tanto più che il Sole 24 Ore già parlava di una probabile nuova legge bipartistan sulla gestione dell'acqua (fonte). Non lasciamoci inebriare dalla vittoria e teniamo gli occhi bene aperti, visto che in Italia "fatta la legge, trovato l'inganno".

PS. da domani si ritorna tra i campi. A presto con una nuova recensione ucronica ;)

lunedì 6 giugno 2011

I referendum del 12 e 13 giugno

Ormai lo sanno - o meglio dovrebbero saperlo - anche i muri, il 12 e il 13 giugno ci sarà la chiamata alle urne per i referendum. Visto che organi ufficiali di informazione sono abbastanza latitanti e piuttosto restii a fornire notizie utili sull'evento, probabilmente è il caso di ricordare alcuni punti essenziali.

Innanzitutto bisogna ricordare che i referendum sono abrogativi e che quindi bisognerà votare "Sì" se si desidera eliminare la norma oggetto del quesito referendario, mentre sarà necessario votare "No" se si desidera mantenerla in vigore. Ma quali e quanti sono i quesiti referendari? Sono quattro e ora li osserveremo nel dettaglio.

Primo quesito: riguarda le modalità di affidamento della modalità di affidamento e gestione dei servizi pubblici di rilevanza economica. Attualmente la normativa prevede l'affidamento della gestione del servizio idrico, tramite gara, a società private o a società miste in cui il privato - sempre scelto tramite gara - detenga almeno il 40% del capitale. Votando "Sì" la gestione dell'acqua rimarrà pubblica.

Secondo quesito: riguarda la possibilità o meno che la tariffa del servizio idrico preveda una "adeguata remunerazione" del capitale investito. La normativa attuale prevede che il gestore del servizio ottenga dei profitti caricando la bolletta dei cittadini di un 7% a remunerazione del capitale investito, senza nessun obbligo di reinvestimento per il miglioramento qualitativo del servizio. Votando "Sì" si eliminerà questa possibilità.

Terzo quesito: riguarda la realizzazione di centrali ad energia nucleare sul territorio italiano. L'attuale governo ha deciso il ritorno al nucleare con un decreto legge del 2008, successivamente convertito in legge. Dopo l'incidente di Fukushima lo stesso governo ha fatto parzialmente marcia indietro con una moratoria di un anno, sperando di annullare il quesito. Tuttavia la Cassazione ha dichiarato il quesito ancora valido. Votando "Sì" eviteremo la costruzione di nuove centrali nucleari.

Quarto quesito: riguarda il cosiddetto legittimo impedimento. L'attuale normativa prevede che il Presidente del Consiglio possa richiedere il legittimo impedimento a comparire in una udienza penale in caso di concomitante esercizio di una delle funzioni previste dalla legge o di attività coessenziali alle funzioni di Governo. Lo stesso vale per i ministri in carica. In caso di legittimo impedimento il giudice è tenuto a rinviare il processo all'udienza successiva. Votando "Sì" si annullerebbe questa norma.

I seggi saranno aperti dalle 8:00 alle 22:00 di sabato 12 giugno e dalle 07:00 alle 15:00 di domenica 13. Il referendum sarà valido se si supererà il quorum del 50% + 1 degli aventi diritto al voto.


PS. questo sarà uno degli ultimi post "politici" del blog. Mi sono reso conto che la rete è già piena di siti di (contro)informazione e non mi sembra il caso di aggiungere un'altra voce al coro. Continuerò invece a farlo per quanto riguarda il "locale" sudtirolese, anche se in ogni caso cercherò di indirizzarmi sempre di più verso i temi già espressi nel post di apertura. Inoltre ho già in mente alcuni temi nuovi che spero siano interessanti. Per concludere vi avviso che per le prossime settimane sarò impegnato in campagna almeno quelle 9-10 ore al giorno, quindi non so quanto potrò aggiornare il blog, ma in ogni caso ho già un paio di articoli pronti ;)

domenica 29 maggio 2011

Aggiornamenti dalla Spagna

Nel corso di questa settimana in Spagna sono successe un paio di cose particolarmente significative, ovvero i primi tentativi di sgombero delle piazze occupate dagli indignados e la pubblicazione dei risultati delle amministrative che, soprattutto nei Paesi Baschi, riservano alcune sorprese.

Il 27 maggio i mossos d'esquadra, l'equivalente spagnolo dei reparti mobili italiani, si sono presentati in Plaza de Catalunya a Barcellona per sgomberarla. L'azione, ordinata dal conseller Felipe Puig, ufficialmente è servita per permettere la pulizia della piazza da parte degli addetti comunali, anche se c'è chi parla di uno sgombero in vista della finale di Champions League tra Barcellona e Manchester United (ha vinto il Barça, per la cronaca). Personalmente vedo una terza opzione, ovvero una serie di sgomberi per saggiare le reazioni della piazza e dell'opinione pubblica spagnola, visto che in contemporanea veniva caricata anche la piazza di Lleida. In entrambe le situazioni i mossos hanno pienamente riconfermato la loro fama di brutalità: basta guardare i video su youtube per vedere manganellate gratuite e proiettili di gomma sparati a iosa. Vediamo cosa ci riservano i prossimi giorni, d'altra parte gli stessi indignados avevano promesso di liberare le piazze entro lunedì, se non ricordo male. Chissà se i fatti di Barcellona e Lleida e il tracollo di PSOE cambieranno qualcosa.

A proposito di elezioni sono molto interessanti i risultati delle amministrative nei Paesi Baschi. Infatti le forze indipendentiste hanno ottenuto un ottimo risultato. Se il Partito Nazionalista Basco (PNV) è diventato primo partito, Bildu - la coalizione della sinistra indipendentista nata dalle ceneri di Sortu, partito dichiarato illegale a marzo 2011 - ha ottenuto il 26% delle preferenze, divenendo la seconda forza politica. Inoltre ha ottenuto la maggioranza dei seggi nei consigli comunali - in totale 1138 - anche in centri importanti come Bilbao, Pamplona e San Sebastian. Il risultato ha impensierito non poco sia il PSOE che l'opposizione del PP, tanto che il quotidiano conservatore El Mundo ha parlato di "grave problema politico". Come reagirà Madrid? Dichiarerà di nuovo illegale Bildu - era già successo all'inizio di maggio, ma successivamente il Tribunale Costituzionale annullò il provvedimento - o agirà contro i singoli consiglieri e/o sindaci accusandoli di presunte connivenze con l'ETA?

sabato 28 maggio 2011

Borghezio colpisce ancora

"Non ho visto le prove, i patrioti sono patrioti e per me Mladic è un patriota. Quelle che gli rivolgono sono accuse politiche". E ancora "I Serbi avrebbero potuto fermare l'avanzata islamica in Europa, ma non li hanno lasciati fare".

Parole del leghista Mario Borghezio. Una preziosissima occasione di tacere che l'eurodeputato torinese non è stato in grado di sfruttare a dovere, ma che rivela, per l'ennesima volta, il vero volto del partito di Umberto Bossi. Partito che continuando a sventolare lo spauracchio dell'avanzata islamica - nemmeno si fosse nella Vienna del 1683 - e con una propaganda basata sulla xenofobia e il razzismo, riesce a fare proselitismo facendo leva sulle paure della gente.

Qui però siamo di fronte a qualcosa di ancora peggiore, le cui avvisaglie erano già presenti nelle parole dei militanti leghisti all'interno dei loro forum: sicuramente ricorderete i commenti seguiti agli scontri a Rosarno, in cui c'era chi si complimentava con la 'ndrangheta per aver "fatto finalmente qualcosa di concreto contro l'invasione". Siamo passati di livello, passando dal razzismo becero da sempliciotti all'apologia dello sterminio e della pulizia etnica. Non che da un ex appartenente a Ordine Nuovo ci si possa aspettare qualcosa di diverso, ma il silenzio dei vertici leghisti parla abbastanza chiaro. A voi le conclusioni.

lunedì 23 maggio 2011

Pisapia e Suss l'ebreo

La demonizzazione dell'avversario - e la conseguente deumanizzazione dello stesso - è stata uno dei tratti distintivi dei totalitarismi del XX secolo. Basta portare indietro la memoria agli anni '30 e '40 per rendersene conto. Durante lo stalinismo i contadini ucraini venivano accostati ai parassiti e agli insetti per giustificare la dekulakizzazione, così come il regime nazista paragonava ebrei, rom e slavi a "bestie nocive da eliminare", tanto da arrivare a teorizzarne la completa eradicazione nel Generalplan Ost. Questi sono solo due esempi tra tanti, visto che dei pericoli e delle conseguenze nefaste dell'instillare quotidianamente paura e diffidenza nei confronti dell' "altro" si potrebbe parlare per giorni interi.

Tutta questa introduzione pomposa mi serve per dire che durante questa campagna elettorale la nostra classe politica non solo ha toccato il fondo, ma ha addirittura tentato di scavare per arrivare ancora più in basso. Mi sto riferendo a quanto sta succedendo in questi giorni a Milano e in misura minore anche a Napoli e al clima incandescente, fatto di basse insinuazioni, improbabili aggressioni e puro terrorismo psicologico, che sta soffocando queste due grandi metropoli.

A Milano in particolare la situazione ormai è paradossale, talmente assurda da riportarmi alla memoria un filmaccio di propaganda nazista e antisemita degli anni '40, "Suss l'ebreo" di Veit Harlan. Nella pellicola, ispirata alla vicenda di Joseph Süß Oppenheimer, il protagonista, un ricco banchiere ebreo (e già qui partiamo con gli stereotipi), diventa il paradigma di tutte le nefandezze possibili e immaginabili cui il regime nazista accostava il popolo ebraico. Un po' come sta succedendo al povero Pisapia in questi giorni, quasi fosse l'Anticristo. A sentire i suoi avversari politici la sua vittoria coinciderebbe con l'Armageddon, il giorno del giudizio in cui Milano sarà invasa da zingari musulmani anarchici comunisti che trasformeranno il Duomo in una moschea e costringeranno le donne a mettersi il burqa. Se utilizzassero le loro baggianate come trama per un romanzo catastrofico sono sicuro che otterrebbero un best seller. In effetti il passato del candidato si presta fin troppo bene a questo tipo di speculazioni, ma vogliamo parlare di quello di Alemanno, La Russa o Borghezio?


Anche a Napoli non si scherza, dato che il prode Carlo Giovanardi, nobile eroe dello sproloquio, è riuscito a dire che con la vittoria di De Magistris tutti i privilegi andrebbero alle coppie omosessuali. Bravo il nostro volpone che prova a fare leva sul machismo presente più o meno latentemente nell'animo di ogni italiota di sesso maschile. Questa perla può entrare a pieno titolo nella top ten degli aforismi del sottosegretario, insieme a quella secondo cui la morte del povero Stefano Cucchi sarebbe stata cagionata dalla droga e dall'anoressia e non dalle botte e dalla mancanza di cure. Ricordiamoci che questo genio è stato responsabile, insieme a Fini, di quella legge che equipara le droghe leggere a quelle pesanti, legge di cui conosciamo benissimo gli effetti: sovraffollamento delle carceri e ritorno in auge di una droga pericolosissima come l'eroina.


Nel frattempo i media, invece di parlare di quanto sta accadendo in Spagna, si concentrano su questa farsa, da bravi strumenti di distrazione di massa. Io ne ho francamente le tasche piene. Voi no?

sabato 21 maggio 2011

La prima "rivoluzione" europea

 Dal 15 maggio migliaia di persone sono in piazza a Puerta del Sol a Madrid per protestare contro le politiche governative e contro l'austerità, protesta che si è allargata a macchia di leopardo in più di un centinaio di altre località spagnole. Che la Spagna sia diventata la nuova tappa del contagio delle rivolte tunisine ed egiziane? Che Puerta del Sol sia diventata la prima piazza Tahrir d'Europa? A mio avviso sì.

Partendo dal presupposto che le rivolte maghrebine non sono state "rivolte del pane", come i media italiani hanno cercato di far credere, la situazione spagnola - e anche quella italiana - non differisce molto da quella dei paesi toccati dalle sommosse popolari dell'inverno 2011. Partendo da un dato meramente economico è facile trovare un comune denominatore: la condizione dei giovani. Parliamo infatti di situazioni in cui vi è una altissima disoccupazione giovanile - in Spagna ha raggiunto il 45% - mentre chi ha la "fortuna" di lavorare lo fa in condiziomi di sfruttamento e di precarietà, soprattutto se ha raggiunto un livello di scolarizzazione alto, in cambio di salari da fame e incapaci di soddisfare anche solo i bisogni primari di un individuo. Sono i famosi "cinquecent'euristi", termine nato in Portogallo per descrivere, appunto, tutta quella gamma di lavoratori - operatori di call center, co.co.co, co.co.pro, etc - il cui stipendio mensile si aggira intorno ai 500 euro mensili, appunto.

Se a questo aggiungiamo anche un dato politico, il quadro si delinea nella sua interezza. Abbiamo a che fare, infatti, con classi politiche completamente avulse dal tessuto sociale dei loro paesi e del tutto autoreferenziali. Senza contare una certa vena di autoritarismo - per non dire di peggio - che in Spagna si manifesta in massima parte in Heuskal Herria, i Paesi Baschi. Qui infatti il PSOE di Zapatero non si fa problemi a presentare liste congiunte col PP (Partito Popolare) per formare un blocco compatto contro la sinistra indipendentista basca, ammesso che questa riesca a presentare le proprie liste. Senza contare gli arresti arbitrari di chi milita nelle organizzazioni basche. Il discorso sulla repressione spagnola nei confronti della popolazione basca è estremamente lungo e complesso e non mi dilungherò oltre. Magari farò un post ad-hoc in futuro.

Il Movimiento 15M è stato paragonato da alcuni quotidiani iberici al Movimento Cinque Stelle di Beppe Grillo - personaggio che non gode della mia simpatia - e il comico ligure ha perso una ottima occasione di rimanere zitto. E' arrivato, infatti, a dire che «il 2011 potrebbe diventare come il 1848, quando le vecchie istituzioni vennero travolte» (fonte). Innanzitutto i moti del 1848 furono espressione di quella borghesia che reclamava ad alta voce una fetta più o meno consistente di potere, mentre oggi in piazza ci sono migliaia di ragazzi che non riescono ad arrivare nemmeno alla metà del mese, costretti a vivere da "reclusi" perchè quella birra presa con gli amici il sabato sera potrebbe rivelarsi letale per le proprie finanze. Un paragone piuttosto improprio oserei dire, senza contare che i moti del '48 cambiarono poco o nulla le condizioni del "popolino", mentre migliorarono enormemente quelle della borghesia che, forte del suo neoconcesso diritto di voto, potè iniziare a costituirsi in "casta". 2011 come 1848, abbattere una casta per sostituirla con un'altra? No, grazie.

In Italia? Per il  momento calma piatta, se non per qualche sit-in e flash mob in giro per lo stivale, un'ora e poi tutti a casa. D'altra parte lo sappiamo, è molto più facile cliccare "mi piace" ai link su Facebook piuttosto che incazzarsi veramente.

lunedì 16 maggio 2011

Due pesi e due misure: disparità di guadagno in Sudtirolo

Leggo oggi sull'edizione online del quotidiano "Alto Adige" una notizia in cui viene riportato come nella ricca Provincia Autonoma di Bolzano il 17% dei lavoratori dipendenti ha uno stipendio mensile inferiore ai 1000 euro. Percentuale che sfiora il 60% se si sposta la soglia a 1400 euro. I dati, raccolti dalla Cisl, sono relativi ai soli lavoratori dipendenti (non riguardano quindi liberi professionisti, artigiani, pensionati e imprenditori) impiegati a tempo pieno.

Considerato il costo della vita e i canoni di affitto del mercato immobiliare locale, decisamente più elevati rispetto alla media nazionale (si parla di 600€ mensili per un miniappartamento di 30 metri quadri), quello che emerge è un quadro tutt'altro che confortante. Di fronte ad un costante impauperimento della popolazione, possiamo però notare che fortunatamente - sono sarcastico, eh - c'è chi riceve importanti aumenti. Di chi starò mai parlando, se non dei nostri carissimi amministratori locali? Tralascio il caso di Durnwalder, il cui faraonico stipendio (25.600 euro al mese) è stato ripreso anche dalla stampa nazionale, per soffermarmi su alcuni altri casi.

Parliamo, per esempio, del sindaco di Merano Günther Januth che, oltre ai quasi 11.000 euro mensili di indennità come sindaco, riceve anche 1318 euro in quanto vicepresidente della comunità comprensoriale del Burgraviato. Oppure di Alois Kröll che tra indennità di sindaco a Scena e quella da presidente del Burgraviato raggiunge i quasi 9000 euro (fonte). Indennità che sono state aumentate recentemente del 7%, ufficialmente come «adeguamento al tasso di inflazione». Peccato che per i lavoratori, quelli veri, quelli che si fanno venire i calli alle mani o che studiano una vita per poi andare a insegnare a titolo gratuito, questi "adeguamenti" sono semplice utopia.

I diretti interessati si difendono affermando che si tratta di stipendi commisurati alla mole di lavoro da loro svolto e alle pesanti responsabilità che devono sopportare. Giustificazione che può essere facilmente smentita facendo delle semplici ricerche su internet, visto che emerge chiaramente come il sindaco di Merano abbia una retribuzione più elevata dei suoi colleghi a Milano e Roma. Certo, Merano è amministrata certamente bene, ma credo che l'amministrazione di due metropoli richieda più responsabilità e una mole di lavoro più grande rispetto a quella di un centro di circa 40.000 abitanti. A questo poi aggiungiamo pure una certa spocchia e una buona dose di arroganza che accomuna quasi tutti gli amministratori sudtirolesi, a partire dal sindaco di Bolzano Spagnolli che dichiara pomposamente di non avere la minima intenzione di diminuire la sua indennità, arrivando fino all'assessore ai trasporti Widmann il quale, oltre ad avere una gestione "fantasiosa" del trasporto pubblico, non manca mai di rispondere arrogantemente a qualunque critica, come è successo in relazione al paventato aumento del prezzo dei titoli di viaggio sui mezzi della Sasa, ma di questo parlerò in un post ad hoc.

Insomma, a fronte di continui tagli al welfare continuiamo ad assistere passivamente agli aumenti degli stipendi dei soliti noti. Quand'è che ci incazzeremo una volta per tutte?

martedì 10 maggio 2011

Quando applaudono uno stragista

Gli applausi di Confindustria a Herald Espenhahn, l'amministratore delegato di ThyssenKrupp condannato a 16 anni e mezzo di reclusione per il rogo allo stabilimento di Torino, lasciano certamente l'amaro in bocca, ma mostrano anche l'atteggiamento di molti industriali verso il cosiddetto "capitale umano". Inutile girarci attorno, spesso e volentieri l'operaio viene messo sullo stesso piano di un cacciavite o di un qualsiasi altro utensile: utile ma non essenziale, da sostituire con facilità una volta che si rompe o non è più produttivo come un tempo.

Quel giorno a Torino non si sono rotti sette manici di piccone: sono morti sette operai, sette ESSERI UMANI. Non si è trattato di una "tragica fatalità", termine che viene usato fin troppo spesso quando si verificano eventi del genere. L'impianto era in via di dismissione, gli standard di sicurezza non erano più rispettati, gli estintori erano scarichi. Far lavorare delle persone in quella situazione, pur essendo consapevoli della sua estrema pericolosità, significa non avere il minimo rispetto della vita dei propri dipendenti e significa anche assumersi totalmente la responsabilità - penale, morale, eccetera -qualora si verificasse un sinistro. D'altra parte la sentenza parla chiaro: omicidio volontario con dolo eventuale. I giudici hanno riconosciuto, prima volta in Italia, la volontarietà del datore di lavoro in caso di morti sul lavoro, perchè, come ho già detto prima, far lavorare delle persone in quelle condizioni significa accettare che vadano a rischiare la vita.

Per quel che mi riguarda applaudire Espenhahn è come applaudire a un Donato Bilancia o a un qualsiasi altro omicida, con l'unica differenza che nel secondo caso la mente dell'assassino non era perfettamente lucida, mentre nel primo lo era eccome. D'altra parte si sa, il capitale e il profitto vengono prima della vita umana. Ad ogni modo mi sorgono spontanee due domande. Come mai per una scritta in solidarietà a degli arrestati si rischia di andare in galera, mentre ad applaudire un boia non si rischia niente? E soprattutto, i cari signori di CGIL, CISL e UIL continueranno a stringere accordi con i solidali al mostro, sedendosi al tavolo della produttività? Vorrei proprio saperlo, così tutti capiremmo che ormai i tre grandi sindacati sono dalla LORO e non dalla NOSTRA parte.

sabato 7 maggio 2011

Piccolo Sudtirolo antico

Ogni volta che ritorno a casa in Sudtirolo ho come la sensazione che il tempo si sia fermato, come se la provincia fosse un microcosmo cristallizzato in cui le lancette dell'orologio si sono bloccate o, in alcuni casi, hanno iniziato a girare al contrario. No, non mi sto riferendo all'immutabilità del paesaggio e dei luoghi, che di per sè non è cosa negativa, bensì della totale mancanza di novità nel dibattito politico e culturale sudtirolese.

Probabilmente questo non è immediatamente avvertibile da chi non esce spesso dai confini provinciali - la maggior parte della popolazione - ma diventa estremamente frustrante per chi, come il sottoscritto, è abituato a trattare di politica - e non solo - anche in altre realtà. Sembra incredibile ma, mentre tutto il mondo guarda al presente proiettandosi nel futuro (pure in Corea del Nord!), qui in Sudtirolo viviamo bloccati nel passato, ancorati a "miti" e a falsi problemi che affondano le proprie radici in periodi così remoti che i loro protagonisti sono (quasi) tutti morti e sepolti. Trattiamo come problemi di attualità fatti ed eventi che altrove sono parte del dibattito storiografico.

Non posso leggere il giornale e trovare una intervista al neonominato comandante degli Schuetzen in cui vengono riproposti i soliti discorsi triti e ritriti, ovvero autodeterminazione, relitti fascisti e altre amenità del genere. Posso capire se ne parla un settantenne, ma quando a farlo è un trentacinquenne - sì TRENTACINQUE anni - che certi eventi non li ha vissuti direttamente, allora non riesco proprio ad accettarlo. Allo stesso modo non riesco ad accettare che con tutti i problemi - ben nascosti - che esistono in provincia si insista a parlare solo di toponomastica. Questo genere di discorsi non fa altro che aumentare la separazione etnica e l'odio che, a detta di mio padre (che è un classe '48 e certe cose se le ricorda molto bene), è più forte adesso rispetto alla stagione del terrorismo o al periodo immediatamente successivo al Ventennio.

Tagliando la testa al toro ed evitando inutili quanto sterili giri di parole, dico subito che questa situazione giova a chi fa politica ad alto livello in provincia: da Unitalia alla Suedtiroler Freiheit di Eva Klotz. Partiti e partitini sempre pronti a fare un uno strumentale della Storia per fini politici - horreo - e a gettare benzina sul fuoco del conflitto interetnico che, è inutile negarlo, esiste ed è tenuto vivo proprio da questo tipo di politica. Spero solo di non essere l'unico ad essere stanco di tutto questo.

giovedì 5 maggio 2011

Sciopero generale?

Domani è il 6 maggio, data dello sciopero "generale" indetto dalla CGIL. Considerato che a casa di chi scrive per "sciopero generale" si intende una sospensione dell'attività lavorativa generalizzata e a oltranza, preferisco chiamare la giornata di domani col suo vero nome, ovvero sciopero farsa. D'altra parte parliamo di uno sciopero concesso controvoglia - ricordiamoci che la Camusso incarna l'ala più conservatrice della CGIL - e solo dietro le spinte di una parte consistente della base e organizzato scientemente per farlo fallire.

Mi rendo conto che sono affermazioni piuttosto pesanti, ma è sufficiente analizzare un attimo la situazione per giungere a questa conclusione. In uno sciopero di quattro ore - alcune categorie sono riuscite ad ottenere otto ore - annunciato mesi e mesi prima, l'unico a rimetterci qualcosa è il lavoratore che usufruisce del suo diritto di scioperare, in quanto perde quelle ore lavorative. Il datore di lavoro, dal canto suo, ha avuto tutto il tempo per programmare con calma la produzione, riducendo o addirittura azzerando il danno. Quattro ore di sciopero implicano anche l'assenza di una grossa manifestazione nazionale che verrà sostituita da una miriade di cortei regionali, provinciali e in alcuni casi nemmeno questi: il divide et impera applicato ai lavoratori. Ma perchè la CGIL avrebbe interesse a far fallire una agitazione sindacale di questo tipo? La risposta è sconcertantemente semplice: dopo aver assistito al fallimento di una forma di lotta è inutile riproporla.

A qualcuno potrà anche sembrare fantascienza o fantapolitica, ma vediamo un po' di capire cosa diavolo è questa CGIL. Si tratta di un sindacato concertativo, ovvero di un sindacato che non cerca lo scontro con i datori di lavoro per tutelare i diritti dei lavoratori, preferendo la politica dell'accordo - la concertazione appunto - che puntualmente si ritorce contro chi lavoro. Un esempio su tutti l'abolizione della scala mobile, quell'ammortizzatore sociale che adeguava le retribuzioni ai livelli di inflazione, o per restare nell'attualità il sì della FIOM ai piano Marchionne. Non dimentichiamoci infatti che la CGIL siede al tavolo della produttività insieme a Confindustria.

Ora, io ho solo fornito qualche elemento e qualche spunto di riflessione: ognuno tragga le sue conclusioni. Vi lascio solo con una domanda: credete veramente che la Camusso sia dalla VOSTRA parte?

lunedì 2 maggio 2011

Busted?

La notizia della morte di Osama Bin Laden, lo "sceicco del terrore" per Studio Aperto e compagni di disinformazione, è rimbalzata da un media a un altro, di bocca in bocca, di paese in paese, egemonizzando le prime pagine dei giornali e le copertine dei tg: d'altra parte non capita tutti i giorni che l'uomo più ricercato del mondo venga trovato e ucciso.  Ora, sarò il solito complottista, ma c'è qualcosa che non mi convince del tutto. Innanzitutto la presunta foto del cadavere si è rivelata essere un falso, per ammissione della stessa emitettente tv pakistana che l'aveva diffusa. In secondo luogo non si sa ancora che fine abbia fatto il corpo: una versione dice che è stato sepolto in mare, un'altra vuole la salma nella base americana di Bagram. In ogni caso mi pare strano che gli americani non l'abbiano ancora mostrato in pompa magna, come fecero con quelli dei figli di Saddam Hussein.

Tralasciando queste considerazioni che potrebbero essere smentite nelle prossime ore, vorrei soffermarmi su altro. Non condivido le esplosioni di gioia per la notizia, non tanto per una questione morale, piuttosto per una analisi abbastanza realista della situazione. Ok, Bin Laden è morto, ma la sua creatura, al Qaeda, è ancora viva e vegeta e, per come è strutturata, la presenza o meno del saudita è del tutto ininfluente. Senza contare che ora abbiamo creato un martire, anzi IL martire. Potremo continuare ad uccidere capi e militanti di al Qaeda a volontà, ma, finchè non elimineremo povertà e ignoranza, il fondamentalismo religioso continuerà ad avere un serbatoio pressocchè infinito a cui attingere. Non solo in Pakistan o Afghanistan, bensì in tutto il mondo.

Una riflessione a parte meriterebbe il fatto che Bin Laden -un po' come Saddam Hussein- non sia stato altro che una creazione americana successivamente sfuggita al controllo dei suoi padroni. Se il rais iracheno era utile in funzione anti iraniana -e questo nonostante i bombardamenti coi gas sui civili kurdi- il saudita lo era nella lotta contro i sovietici in Afghanistan. Non bisogna dimenticare, infatti, che Bin Laden fondò il Maktab al-Khidamat (MAK), una organizzazione dedita all'addestramento di mujaheddin e alla raccolta di fondi per sostenere la lotta contro l'Armata Rossa, con la complicità dei servizi segreti pakistani, a loro volta foraggiati dalla CIA che li utilizzava come tramite. Successivamente il MAK andò a costituire l'ossatura di al Qaeda che nacque dall'incontro del saudita -e delle sue disponibilità economiche- con l'egiziano al-Zawahiri, leader della Jihad Islamica Egiziana, fautore di una Jihad mondiale. Questo però, negli speciali a là Bruno Vespa, si dimenticano sempre di dirlo.

domenica 1 maggio 2011

Fede VS. Lavoro

Oggi è il primo maggio, festa dei lavoratori, non solo in Italia, ma in (quasi) tutto il mondo. Eppure le edizioni online dei principali quotidiani nazionali liquidano la cosa con brevi trafiletti - il che è abbastanza significativo e preoccupante - dedicando invece ampio spazio alla beatificazione di Giovanni Paolo II e al mancato ripetersi del miracolo di San Gennaro. Insomma, una superstizione e la beatificazione di un uomo tutt'altro che santo - i santi non esistono; esistono però gli uomini, più o meno fallibili, e l'uomo Wojtyla si accompagnò ad assassini come Pinochet, mentre abbandonò nelle mani dei suoi carnefici un uomo come il cardinale Romero perchè la sua teologia della liberazione puzzava troppo di comunismo - hanno sorpassato quella che dovrebbe essere la festa cardine di una repubblica fondata sul lavoro. Festa che, almeno in Italia, sembra essersi ridotta solo ed esclusivamente ad un concerto a Roma, partecipatissimo per carità. Mi chiedo però quanti di coloro che ci partecipano hanno una conoscenza e una compresione anche solo minima del senso di questa ricorrenza.

Il primo maggio è strettamente connesso al colore rosso. Non il rosso delle bandiere socialiste prima e comuniste poi, bensì il rosso del sangue. Il sangue dei morti di Haymarket Square a Chicago, quando il 4 maggio 1886 la polizia, a seguito dell'esplosione di una bomba, aprì il fuoco sui manifestanti uccidendo 11 persone. A seguito dell'accaduto 7 persone furono processate e condannate a morte, mentre una fu condannata a 15 anni di carcere. Si trattava in massima parte di immigrati tedeschi anarchici e questo non può che farci venire in mente la vicenda di Sacco e Vanzetti, condannati alla sedia elettrica perchè italiani e anarchici. Dei 7 condannati a morte, uno si suicidò in carcere, due vennero successivamente graziati, mentre i restanti quattro furono impiccati. La scelta della festa del lavoro proprio il primo maggio è strettamente legata a questo evento.

Spostandoci in Italia, qualche decennio dopo, troviamo il rosso del sangue dei morti di Portella della Ginestra. Era il 1 maggio 1947 e a cadere sotto le raffiche di mitra furono i braccianti siciliani. A premere il grilletto questa volta fu la banda del bandito Giuliano, colonnello dell'EVIS, che successivamente venne ucciso da un suo luogotenente che morì misteriosamente in carcere dopo aver espresso la propria volontà di fornire i nomi dei mandanti della strage. Certo è che il 20 aprile dello stesso anno il PCI ebbe uno straordinario successo elettorale sull'isola (ottenne il 29% delle preferenze contro il 20% della DC) e altrettanto certo è che la cosa non fece molto piacere ai latifondisti locali, a Roma e a da qualche parte al di là dell'Atlantico.

C'è anche il sangue di tutti i caduti sul lavoro: operai, manovali, braccianti, muratori che ogni anno muoiono a centinaia. Muoiono mentre lavorano sempre più sfruttati e in condizioni sempre più precarie, dimenticati non solo dallo Stato ma anche dagli stessi sindacati confederali. Cerchiamo di ricordarci chi ha sempre firmato gli accordi col Governo e con i padroni, chi ha avvallato il pacchetto Treu e la legge 30. Ricordiamoci chi siede al tavolo della produttività insieme a Confindustria. Che lo facciano CISL e UIL non dovrebbe stupire nè indignare, ma quando a farlo è la CGIL che, almeno a parole, dovrebbe essere un sindacato comunista, allora la cosa è abbastanza grave. Un sindacato che prima avvalla le leggi che hanno causato la condizione lavorativa flessibile e precaria della mia e della nostra generazione e poi nel 2011 si sveglia e si accorge che tutto questo è brutto. Cambio di direzione? Col cavolo. Si sono semplicemente accorti che negli ultimi anni hanno subito una emorragia di tesserati e quindi hanno cercato una nuova vacca da mungere. Per non parlare poi del presunto sciopero generale del 6 maggio, organizzato con modalità ridicole e col chiaro intento criminale di farlo fallire. Ma questa è un'altra storia ed è meglio parlarne in un post ad hoc.

Forse ho fatto un quadro a tinte fosche della situazione, ma credo che questo 1 maggio 2011 ci sia ben poco da festeggiare. C'è, piuttosto, da riflettere su come riprendere il controllo delle nostre vite. Nella speranza che il rosso del sangue si tramuti nel nero della collera e della rabbia degli sfruttati.

sabato 30 aprile 2011

Bunga bunga bellico

E' curioso notare come l''intervento militare italiano in Libia si stia svolgendo ad un secolo esatto dall'annessione italiana della stessa e che proprio nel paese nordafricano il Regio Esercito svolse le prime operazioni di bombardamento nella storia, causando indignazione nell'opinione pubblica internazionale. In questo secolo la guerra aerea è cambiata enormemente, passando dai duelli aerei quasi cavallereschi della prima guerra mondiale ai bombardamenti indiscriminati della seconda e del Vietnam, fino ad arrivare alle bombe "intelligenti" e alle "operazioni chirurgiche" - che nei fatti sono tutto meno che intelligenti e precise - odierne.

I rapporti Italia-Libia sono lunghi e complessi da analizzare, ed è estremamente riduttivo ricondurli solo al bunga bunga e al baciamano di mister B. Senza entrare troppo nel dettaglio - anche se, viste le porcate che abbiamo fatto in Libia, qualche parola meriterebbe di essere spesa - basta ricordare che Gheddafi scampò al bombardamento americano di Tripoli del 1986 solo perchè l'allora presidente del Consiglio, Bettino Craxi, lo avvertì. E quando l'embargo internazionale contro la Libia venne meno, a chi si rivolse il rais di Tripoli per rinnovare il proprio esercito? All'Italia, naturalmente, e a Finmeccanica, compagnia a partecipazione statale, che fece affari d'oro.

Ricordiamoci che a Finmeccanica si è rivolto anche il Governo italiano per il suo programma di riarmo, del valore complessivo di quasi un miliardo di euro. Questo programma, tra le altre cose, comprende anche l'acquisto di svariati F-35, dei cacciabombardieri a capacità nucleare, alla cui costruzione partecipa anche l'italiana Alenia, che fa parte del già menzionato colosso Finmeccanica. Sempre Alenia ha partecipato alla costruzione dei velivoli che l'aviazione italiana intende utilizzare nel teatro libico, ovvero i Tornado, gli AMX e infine i nuovi Eurofighter che trovano così il loro primo impiego operativo. La guerra "umanitaria" contro il dittatore cattivo (che però fino a due mesi fa era il nostro alleato strategico) diventa così una vetrina dove mostrare le proprie "creature" a potenziali acquirenti, oltre che un modo per difendere gli interessi di grandi corporazioni come ENI e Finmeccanica.

Che sia questo il motivo per cui tutto l'arco parlamentare, con l'eccezione di Lega e IDV, siano così tanto favorevoli ai bombardamenti?