La demonizzazione dell'avversario - e la conseguente deumanizzazione dello stesso - è stata uno dei tratti distintivi dei totalitarismi del XX secolo. Basta portare indietro la memoria agli anni '30 e '40 per rendersene conto. Durante lo stalinismo i contadini ucraini venivano accostati ai parassiti e agli insetti per giustificare la dekulakizzazione, così come il regime nazista paragonava ebrei, rom e slavi a "bestie nocive da eliminare", tanto da arrivare a teorizzarne la completa eradicazione nel Generalplan Ost. Questi sono solo due esempi tra tanti, visto che dei pericoli e delle conseguenze nefaste dell'instillare quotidianamente paura e diffidenza nei confronti dell' "altro" si potrebbe parlare per giorni interi.
Tutta questa introduzione pomposa mi serve per dire che durante questa campagna elettorale la nostra classe politica non solo ha toccato il fondo, ma ha addirittura tentato di scavare per arrivare ancora più in basso. Mi sto riferendo a quanto sta succedendo in questi giorni a Milano e in misura minore anche a Napoli e al clima incandescente, fatto di basse insinuazioni, improbabili aggressioni e puro terrorismo psicologico, che sta soffocando queste due grandi metropoli.
A Milano in particolare la situazione ormai è paradossale, talmente assurda da riportarmi alla memoria un filmaccio di propaganda nazista e antisemita degli anni '40, "Suss l'ebreo" di Veit Harlan. Nella pellicola, ispirata alla vicenda di Joseph Süß Oppenheimer, il protagonista, un ricco banchiere ebreo (e già qui partiamo con gli stereotipi), diventa il paradigma di tutte le nefandezze possibili e immaginabili cui il regime nazista accostava il popolo ebraico. Un po' come sta succedendo al povero Pisapia in questi giorni, quasi fosse l'Anticristo. A sentire i suoi avversari politici la sua vittoria coinciderebbe con l'Armageddon, il giorno del giudizio in cui Milano sarà invasa da zingari musulmani anarchici comunisti che trasformeranno il Duomo in una moschea e costringeranno le donne a mettersi il burqa. Se utilizzassero le loro baggianate come trama per un romanzo catastrofico sono sicuro che otterrebbero un best seller. In effetti il passato del candidato si presta fin troppo bene a questo tipo di speculazioni, ma vogliamo parlare di quello di Alemanno, La Russa o Borghezio?
Anche a Napoli non si scherza, dato che il prode Carlo Giovanardi, nobile eroe dello sproloquio, è riuscito a dire che con la vittoria di De Magistris tutti i privilegi andrebbero alle coppie omosessuali. Bravo il nostro volpone che prova a fare leva sul machismo presente più o meno latentemente nell'animo di ogni italiota di sesso maschile. Questa perla può entrare a pieno titolo nella top ten degli aforismi del sottosegretario, insieme a quella secondo cui la morte del povero Stefano Cucchi sarebbe stata cagionata dalla droga e dall'anoressia e non dalle botte e dalla mancanza di cure. Ricordiamoci che questo genio è stato responsabile, insieme a Fini, di quella legge che equipara le droghe leggere a quelle pesanti, legge di cui conosciamo benissimo gli effetti: sovraffollamento delle carceri e ritorno in auge di una droga pericolosissima come l'eroina.
Nel frattempo i media, invece di parlare di quanto sta accadendo in Spagna, si concentrano su questa farsa, da bravi strumenti di distrazione di massa. Io ne ho francamente le tasche piene. Voi no?
lunedì 23 maggio 2011
sabato 21 maggio 2011
La prima "rivoluzione" europea
Dal 15 maggio migliaia di persone sono in piazza a Puerta del Sol a Madrid per protestare contro le politiche governative e contro l'austerità, protesta che si è allargata a macchia di leopardo in più di un centinaio di altre località spagnole. Che la Spagna sia diventata la nuova tappa del contagio delle rivolte tunisine ed egiziane? Che Puerta del Sol sia diventata la prima piazza Tahrir d'Europa? A mio avviso sì.
Partendo dal presupposto che le rivolte maghrebine non sono state "rivolte del pane", come i media italiani hanno cercato di far credere, la situazione spagnola - e anche quella italiana - non differisce molto da quella dei paesi toccati dalle sommosse popolari dell'inverno 2011. Partendo da un dato meramente economico è facile trovare un comune denominatore: la condizione dei giovani. Parliamo infatti di situazioni in cui vi è una altissima disoccupazione giovanile - in Spagna ha raggiunto il 45% - mentre chi ha la "fortuna" di lavorare lo fa in condiziomi di sfruttamento e di precarietà, soprattutto se ha raggiunto un livello di scolarizzazione alto, in cambio di salari da fame e incapaci di soddisfare anche solo i bisogni primari di un individuo. Sono i famosi "cinquecent'euristi", termine nato in Portogallo per descrivere, appunto, tutta quella gamma di lavoratori - operatori di call center, co.co.co, co.co.pro, etc - il cui stipendio mensile si aggira intorno ai 500 euro mensili, appunto.
Se a questo aggiungiamo anche un dato politico, il quadro si delinea nella sua interezza. Abbiamo a che fare, infatti, con classi politiche completamente avulse dal tessuto sociale dei loro paesi e del tutto autoreferenziali. Senza contare una certa vena di autoritarismo - per non dire di peggio - che in Spagna si manifesta in massima parte in Heuskal Herria, i Paesi Baschi. Qui infatti il PSOE di Zapatero non si fa problemi a presentare liste congiunte col PP (Partito Popolare) per formare un blocco compatto contro la sinistra indipendentista basca, ammesso che questa riesca a presentare le proprie liste. Senza contare gli arresti arbitrari di chi milita nelle organizzazioni basche. Il discorso sulla repressione spagnola nei confronti della popolazione basca è estremamente lungo e complesso e non mi dilungherò oltre. Magari farò un post ad-hoc in futuro.
Il Movimiento 15M è stato paragonato da alcuni quotidiani iberici al Movimento Cinque Stelle di Beppe Grillo - personaggio che non gode della mia simpatia - e il comico ligure ha perso una ottima occasione di rimanere zitto. E' arrivato, infatti, a dire che «il 2011 potrebbe diventare come il 1848, quando le vecchie istituzioni vennero travolte» (fonte). Innanzitutto i moti del 1848 furono espressione di quella borghesia che reclamava ad alta voce una fetta più o meno consistente di potere, mentre oggi in piazza ci sono migliaia di ragazzi che non riescono ad arrivare nemmeno alla metà del mese, costretti a vivere da "reclusi" perchè quella birra presa con gli amici il sabato sera potrebbe rivelarsi letale per le proprie finanze. Un paragone piuttosto improprio oserei dire, senza contare che i moti del '48 cambiarono poco o nulla le condizioni del "popolino", mentre migliorarono enormemente quelle della borghesia che, forte del suo neoconcesso diritto di voto, potè iniziare a costituirsi in "casta". 2011 come 1848, abbattere una casta per sostituirla con un'altra? No, grazie.
In Italia? Per il momento calma piatta, se non per qualche sit-in e flash mob in giro per lo stivale, un'ora e poi tutti a casa. D'altra parte lo sappiamo, è molto più facile cliccare "mi piace" ai link su Facebook piuttosto che incazzarsi veramente.
Partendo dal presupposto che le rivolte maghrebine non sono state "rivolte del pane", come i media italiani hanno cercato di far credere, la situazione spagnola - e anche quella italiana - non differisce molto da quella dei paesi toccati dalle sommosse popolari dell'inverno 2011. Partendo da un dato meramente economico è facile trovare un comune denominatore: la condizione dei giovani. Parliamo infatti di situazioni in cui vi è una altissima disoccupazione giovanile - in Spagna ha raggiunto il 45% - mentre chi ha la "fortuna" di lavorare lo fa in condiziomi di sfruttamento e di precarietà, soprattutto se ha raggiunto un livello di scolarizzazione alto, in cambio di salari da fame e incapaci di soddisfare anche solo i bisogni primari di un individuo. Sono i famosi "cinquecent'euristi", termine nato in Portogallo per descrivere, appunto, tutta quella gamma di lavoratori - operatori di call center, co.co.co, co.co.pro, etc - il cui stipendio mensile si aggira intorno ai 500 euro mensili, appunto.
Se a questo aggiungiamo anche un dato politico, il quadro si delinea nella sua interezza. Abbiamo a che fare, infatti, con classi politiche completamente avulse dal tessuto sociale dei loro paesi e del tutto autoreferenziali. Senza contare una certa vena di autoritarismo - per non dire di peggio - che in Spagna si manifesta in massima parte in Heuskal Herria, i Paesi Baschi. Qui infatti il PSOE di Zapatero non si fa problemi a presentare liste congiunte col PP (Partito Popolare) per formare un blocco compatto contro la sinistra indipendentista basca, ammesso che questa riesca a presentare le proprie liste. Senza contare gli arresti arbitrari di chi milita nelle organizzazioni basche. Il discorso sulla repressione spagnola nei confronti della popolazione basca è estremamente lungo e complesso e non mi dilungherò oltre. Magari farò un post ad-hoc in futuro.
Il Movimiento 15M è stato paragonato da alcuni quotidiani iberici al Movimento Cinque Stelle di Beppe Grillo - personaggio che non gode della mia simpatia - e il comico ligure ha perso una ottima occasione di rimanere zitto. E' arrivato, infatti, a dire che «il 2011 potrebbe diventare come il 1848, quando le vecchie istituzioni vennero travolte» (fonte). Innanzitutto i moti del 1848 furono espressione di quella borghesia che reclamava ad alta voce una fetta più o meno consistente di potere, mentre oggi in piazza ci sono migliaia di ragazzi che non riescono ad arrivare nemmeno alla metà del mese, costretti a vivere da "reclusi" perchè quella birra presa con gli amici il sabato sera potrebbe rivelarsi letale per le proprie finanze. Un paragone piuttosto improprio oserei dire, senza contare che i moti del '48 cambiarono poco o nulla le condizioni del "popolino", mentre migliorarono enormemente quelle della borghesia che, forte del suo neoconcesso diritto di voto, potè iniziare a costituirsi in "casta". 2011 come 1848, abbattere una casta per sostituirla con un'altra? No, grazie.
In Italia? Per il momento calma piatta, se non per qualche sit-in e flash mob in giro per lo stivale, un'ora e poi tutti a casa. D'altra parte lo sappiamo, è molto più facile cliccare "mi piace" ai link su Facebook piuttosto che incazzarsi veramente.
giovedì 19 maggio 2011
Recensione: In Mongolia in retromarcia
Autore: Massimo Zamboni
Titolo: In Mongolia in retromarcia
Casa Editrice: NdA Press
Anno: 2009
Prezzo: 14,00 €
Come promesso oggi incominciamo con i post dedicati agli argomenti "cardine" di questo blog. Parlo al plurale perchè il libro che sta per essere recensito parla anche di viaggi, anzi di un viaggio in particolare. Si tratta infatti del viaggio in Mongolia che ispirò niente popò di meno che "Tabula Rasa Elettrificata" dei CSI, a giudizio di chi scrive uno dei migliori dischi italiani dell'ultimo ventennio. Siamo nel 1996, distanti quindi dal convulso periodo di transizione tra economia pianificata ed economia di mercato, lontani dalle suggestioni di "Buonanotte, signor Lenin", in cui Tiziano Terzani raccontava magistralmente il crollo dell'impero sovietico. Questo libro piuttosto ci racconta di una nazione adolescente (la repubblica mongola fu proclamata nel 1992), in bilico tra la millenaria tradizione nomade e la fame di modernità, offrendoci uno spaccato tutt'altro che turistico della vita dei mongoli. Infatti Zamboni viaggerà, insieme a Giovanni Lindo Ferretti e ad una troupe della televisione mongola, fino agli angoli più sperduti e meno conosciuti del Paese, dal deserto del Gobi al confine con la Federazione Russa, riuscendo a cogliere in ogni luogo le differenze e le immancabili somiglianze, quasi leggendo nell'animo degli abitanti di quelle terre. Zamboni non rinuncia ad utilizzare il suo stile arzigogolato, quasi sognante, per descrivere quanto ha visto e vissuto, cosa che potrebbe scoraggiare il lettore meno preparato, ma una volta entrati nella giusta ottica il libro vi rapirà, grazie anche a metafore e allegorie tutt'altro che scontate. Quella di NdA Press è una nuova edizione, arricchita da pagine inedite e corredata da un ampio numero di fotografie a colori, sezione molto gradevole ma che ha sicuramente contribuito a far lievitare il prezzo che risulta molto poco "popolare". Tuttavia se amate i CSI non potrete fare a meno di comprarlo, o quantomeno di farvelo prestare, visto che leggendolo inizierete a vedere "Tabula Rasa Elettrificata" con occhi diversi, riuscendo a collegare ad ogni brano le varie pagine del libro, immergendovi nella genesi stessa del disco. Vi lascio con un piccolo consiglio. Provate a leggerlo mentre siete in viaggio, magari su un regionale: sarà tutta un'altra cosa.
Titolo: In Mongolia in retromarcia
Casa Editrice: NdA Press
Anno: 2009
Prezzo: 14,00 €
Come promesso oggi incominciamo con i post dedicati agli argomenti "cardine" di questo blog. Parlo al plurale perchè il libro che sta per essere recensito parla anche di viaggi, anzi di un viaggio in particolare. Si tratta infatti del viaggio in Mongolia che ispirò niente popò di meno che "Tabula Rasa Elettrificata" dei CSI, a giudizio di chi scrive uno dei migliori dischi italiani dell'ultimo ventennio. Siamo nel 1996, distanti quindi dal convulso periodo di transizione tra economia pianificata ed economia di mercato, lontani dalle suggestioni di "Buonanotte, signor Lenin", in cui Tiziano Terzani raccontava magistralmente il crollo dell'impero sovietico. Questo libro piuttosto ci racconta di una nazione adolescente (la repubblica mongola fu proclamata nel 1992), in bilico tra la millenaria tradizione nomade e la fame di modernità, offrendoci uno spaccato tutt'altro che turistico della vita dei mongoli. Infatti Zamboni viaggerà, insieme a Giovanni Lindo Ferretti e ad una troupe della televisione mongola, fino agli angoli più sperduti e meno conosciuti del Paese, dal deserto del Gobi al confine con la Federazione Russa, riuscendo a cogliere in ogni luogo le differenze e le immancabili somiglianze, quasi leggendo nell'animo degli abitanti di quelle terre. Zamboni non rinuncia ad utilizzare il suo stile arzigogolato, quasi sognante, per descrivere quanto ha visto e vissuto, cosa che potrebbe scoraggiare il lettore meno preparato, ma una volta entrati nella giusta ottica il libro vi rapirà, grazie anche a metafore e allegorie tutt'altro che scontate. Quella di NdA Press è una nuova edizione, arricchita da pagine inedite e corredata da un ampio numero di fotografie a colori, sezione molto gradevole ma che ha sicuramente contribuito a far lievitare il prezzo che risulta molto poco "popolare". Tuttavia se amate i CSI non potrete fare a meno di comprarlo, o quantomeno di farvelo prestare, visto che leggendolo inizierete a vedere "Tabula Rasa Elettrificata" con occhi diversi, riuscendo a collegare ad ogni brano le varie pagine del libro, immergendovi nella genesi stessa del disco. Vi lascio con un piccolo consiglio. Provate a leggerlo mentre siete in viaggio, magari su un regionale: sarà tutta un'altra cosa.
martedì 17 maggio 2011
Il referendum sardo
Nascosta dalle elezioni amministrative e dai suoi risultati a sorpresa - quello di Pisapia a Milano su tutti - in questi giorni c'è stata anche un'altra tornata elettorale, il cui esito non è stato ancora preso molto in considerazione dagli analisti politici e dai principali mass media. Sto parlando del referendum regionale sul nucleare in Sardegna, il cui risultato, oltre ad essere estremamente interessante da analizzare, rischia di pesare come un macigno, soprattutto in vista dei referendum di giugno.
La prima cosa da analizzare, a mio avviso, è l'ampio superamento del quorum: ha votato circa il 60% degli aventi diritto, per un totale di 877.982 persone, nonostante i ripetuti inviti a disertare le urne e lo svolgersi delle amministrative in soli 93 comuni su 377. In secondo luogo è importante rilevare come il 97% dei votanti si è espresso contro l'installazione delle centrali nucleari sull'isola, una percentuale talmente importante che non lascia spazio ad interpretazioni di sorta.
Probabilmente il risultato è stato pesantemene influenzato da quanto accaduto a Fukushima, ma in cuor mio spero ci sia anche un altro motivo. Spero, infatti, che i sardi si siano stancati una volta per tutte di veder considerata la loro isola come la pattumiera del Mediterraneo o come il luogo dove installare tutte quelle strutture che nessuno vorrebbe nel proprio giardino di casa, ad esempio le centrali nucleari o i poligoni come quello di Quirra.
Non è mia abitudine cantare vittoria troppo presto, infatti aspetto con ansia i risultati del referendum a giugno, ma non posso fare a meno di gioire per la decisione presa dal popolo sardo.
La prima cosa da analizzare, a mio avviso, è l'ampio superamento del quorum: ha votato circa il 60% degli aventi diritto, per un totale di 877.982 persone, nonostante i ripetuti inviti a disertare le urne e lo svolgersi delle amministrative in soli 93 comuni su 377. In secondo luogo è importante rilevare come il 97% dei votanti si è espresso contro l'installazione delle centrali nucleari sull'isola, una percentuale talmente importante che non lascia spazio ad interpretazioni di sorta.
Probabilmente il risultato è stato pesantemene influenzato da quanto accaduto a Fukushima, ma in cuor mio spero ci sia anche un altro motivo. Spero, infatti, che i sardi si siano stancati una volta per tutte di veder considerata la loro isola come la pattumiera del Mediterraneo o come il luogo dove installare tutte quelle strutture che nessuno vorrebbe nel proprio giardino di casa, ad esempio le centrali nucleari o i poligoni come quello di Quirra.
Non è mia abitudine cantare vittoria troppo presto, infatti aspetto con ansia i risultati del referendum a giugno, ma non posso fare a meno di gioire per la decisione presa dal popolo sardo.
lunedì 16 maggio 2011
Due pesi e due misure: disparità di guadagno in Sudtirolo
Leggo oggi sull'edizione online del quotidiano "Alto Adige" una notizia in cui viene riportato come nella ricca Provincia Autonoma di Bolzano il 17% dei lavoratori dipendenti ha uno stipendio mensile inferiore ai 1000 euro. Percentuale che sfiora il 60% se si sposta la soglia a 1400 euro. I dati, raccolti dalla Cisl, sono relativi ai soli lavoratori dipendenti (non riguardano quindi liberi professionisti, artigiani, pensionati e imprenditori) impiegati a tempo pieno.
Considerato il costo della vita e i canoni di affitto del mercato immobiliare locale, decisamente più elevati rispetto alla media nazionale (si parla di 600€ mensili per un miniappartamento di 30 metri quadri), quello che emerge è un quadro tutt'altro che confortante. Di fronte ad un costante impauperimento della popolazione, possiamo però notare che fortunatamente - sono sarcastico, eh - c'è chi riceve importanti aumenti. Di chi starò mai parlando, se non dei nostri carissimi amministratori locali? Tralascio il caso di Durnwalder, il cui faraonico stipendio (25.600 euro al mese) è stato ripreso anche dalla stampa nazionale, per soffermarmi su alcuni altri casi.
Parliamo, per esempio, del sindaco di Merano Günther Januth che, oltre ai quasi 11.000 euro mensili di indennità come sindaco, riceve anche 1318 euro in quanto vicepresidente della comunità comprensoriale del Burgraviato. Oppure di Alois Kröll che tra indennità di sindaco a Scena e quella da presidente del Burgraviato raggiunge i quasi 9000 euro (fonte). Indennità che sono state aumentate recentemente del 7%, ufficialmente come «adeguamento al tasso di inflazione». Peccato che per i lavoratori, quelli veri, quelli che si fanno venire i calli alle mani o che studiano una vita per poi andare a insegnare a titolo gratuito, questi "adeguamenti" sono semplice utopia.
I diretti interessati si difendono affermando che si tratta di stipendi commisurati alla mole di lavoro da loro svolto e alle pesanti responsabilità che devono sopportare. Giustificazione che può essere facilmente smentita facendo delle semplici ricerche su internet, visto che emerge chiaramente come il sindaco di Merano abbia una retribuzione più elevata dei suoi colleghi a Milano e Roma. Certo, Merano è amministrata certamente bene, ma credo che l'amministrazione di due metropoli richieda più responsabilità e una mole di lavoro più grande rispetto a quella di un centro di circa 40.000 abitanti. A questo poi aggiungiamo pure una certa spocchia e una buona dose di arroganza che accomuna quasi tutti gli amministratori sudtirolesi, a partire dal sindaco di Bolzano Spagnolli che dichiara pomposamente di non avere la minima intenzione di diminuire la sua indennità, arrivando fino all'assessore ai trasporti Widmann il quale, oltre ad avere una gestione "fantasiosa" del trasporto pubblico, non manca mai di rispondere arrogantemente a qualunque critica, come è successo in relazione al paventato aumento del prezzo dei titoli di viaggio sui mezzi della Sasa, ma di questo parlerò in un post ad hoc.
Insomma, a fronte di continui tagli al welfare continuiamo ad assistere passivamente agli aumenti degli stipendi dei soliti noti. Quand'è che ci incazzeremo una volta per tutte?
Considerato il costo della vita e i canoni di affitto del mercato immobiliare locale, decisamente più elevati rispetto alla media nazionale (si parla di 600€ mensili per un miniappartamento di 30 metri quadri), quello che emerge è un quadro tutt'altro che confortante. Di fronte ad un costante impauperimento della popolazione, possiamo però notare che fortunatamente - sono sarcastico, eh - c'è chi riceve importanti aumenti. Di chi starò mai parlando, se non dei nostri carissimi amministratori locali? Tralascio il caso di Durnwalder, il cui faraonico stipendio (25.600 euro al mese) è stato ripreso anche dalla stampa nazionale, per soffermarmi su alcuni altri casi.
Parliamo, per esempio, del sindaco di Merano Günther Januth che, oltre ai quasi 11.000 euro mensili di indennità come sindaco, riceve anche 1318 euro in quanto vicepresidente della comunità comprensoriale del Burgraviato. Oppure di Alois Kröll che tra indennità di sindaco a Scena e quella da presidente del Burgraviato raggiunge i quasi 9000 euro (fonte). Indennità che sono state aumentate recentemente del 7%, ufficialmente come «adeguamento al tasso di inflazione». Peccato che per i lavoratori, quelli veri, quelli che si fanno venire i calli alle mani o che studiano una vita per poi andare a insegnare a titolo gratuito, questi "adeguamenti" sono semplice utopia.
I diretti interessati si difendono affermando che si tratta di stipendi commisurati alla mole di lavoro da loro svolto e alle pesanti responsabilità che devono sopportare. Giustificazione che può essere facilmente smentita facendo delle semplici ricerche su internet, visto che emerge chiaramente come il sindaco di Merano abbia una retribuzione più elevata dei suoi colleghi a Milano e Roma. Certo, Merano è amministrata certamente bene, ma credo che l'amministrazione di due metropoli richieda più responsabilità e una mole di lavoro più grande rispetto a quella di un centro di circa 40.000 abitanti. A questo poi aggiungiamo pure una certa spocchia e una buona dose di arroganza che accomuna quasi tutti gli amministratori sudtirolesi, a partire dal sindaco di Bolzano Spagnolli che dichiara pomposamente di non avere la minima intenzione di diminuire la sua indennità, arrivando fino all'assessore ai trasporti Widmann il quale, oltre ad avere una gestione "fantasiosa" del trasporto pubblico, non manca mai di rispondere arrogantemente a qualunque critica, come è successo in relazione al paventato aumento del prezzo dei titoli di viaggio sui mezzi della Sasa, ma di questo parlerò in un post ad hoc.
Insomma, a fronte di continui tagli al welfare continuiamo ad assistere passivamente agli aumenti degli stipendi dei soliti noti. Quand'è che ci incazzeremo una volta per tutte?
sabato 14 maggio 2011
L'importanza di salvare
Il crash di Blogger, la piattaforma di hosting per blog di Google, su cui si trova anche "Il Mondo Nuovo", mi ha fatto riflettere non poco circa l'importanza di salvare i file. Quante volte vi sarà capitato di perdere il frutto di ore e ore di lavoro, magari un intero capitolo della tesi, per un riavvio improvviso del pc? A me sarà successo almeno un migliaio di volte. Per non parlare di quando si tratta di fare delle copie di backup, dato che per il sottoscritto si tratta di un tasto dolentissimo: da buon pigrone non lo faccio mai. Oddio, l'intenzione ci sarebbe anche, ma si sa che tra il dire e il fare c'è di mezzo il mare.
In ogni caso il crash si è risolto nel migliore dei modi, visto che non ho perso nessun post: solo una bella dose di spavento e l'impegno di fare una copia di ogni articolo.
In ogni caso il crash si è risolto nel migliore dei modi, visto che non ho perso nessun post: solo una bella dose di spavento e l'impegno di fare una copia di ogni articolo.
martedì 10 maggio 2011
Quando applaudono uno stragista
Gli applausi di Confindustria a Herald Espenhahn, l'amministratore delegato di ThyssenKrupp condannato a 16 anni e mezzo di reclusione per il rogo allo stabilimento di Torino, lasciano certamente l'amaro in bocca, ma mostrano anche l'atteggiamento di molti industriali verso il cosiddetto "capitale umano". Inutile girarci attorno, spesso e volentieri l'operaio viene messo sullo stesso piano di un cacciavite o di un qualsiasi altro utensile: utile ma non essenziale, da sostituire con facilità una volta che si rompe o non è più produttivo come un tempo.
Quel giorno a Torino non si sono rotti sette manici di piccone: sono morti sette operai, sette ESSERI UMANI. Non si è trattato di una "tragica fatalità", termine che viene usato fin troppo spesso quando si verificano eventi del genere. L'impianto era in via di dismissione, gli standard di sicurezza non erano più rispettati, gli estintori erano scarichi. Far lavorare delle persone in quella situazione, pur essendo consapevoli della sua estrema pericolosità, significa non avere il minimo rispetto della vita dei propri dipendenti e significa anche assumersi totalmente la responsabilità - penale, morale, eccetera -qualora si verificasse un sinistro. D'altra parte la sentenza parla chiaro: omicidio volontario con dolo eventuale. I giudici hanno riconosciuto, prima volta in Italia, la volontarietà del datore di lavoro in caso di morti sul lavoro, perchè, come ho già detto prima, far lavorare delle persone in quelle condizioni significa accettare che vadano a rischiare la vita.
Per quel che mi riguarda applaudire Espenhahn è come applaudire a un Donato Bilancia o a un qualsiasi altro omicida, con l'unica differenza che nel secondo caso la mente dell'assassino non era perfettamente lucida, mentre nel primo lo era eccome. D'altra parte si sa, il capitale e il profitto vengono prima della vita umana. Ad ogni modo mi sorgono spontanee due domande. Come mai per una scritta in solidarietà a degli arrestati si rischia di andare in galera, mentre ad applaudire un boia non si rischia niente? E soprattutto, i cari signori di CGIL, CISL e UIL continueranno a stringere accordi con i solidali al mostro, sedendosi al tavolo della produttività? Vorrei proprio saperlo, così tutti capiremmo che ormai i tre grandi sindacati sono dalla LORO e non dalla NOSTRA parte.
Quel giorno a Torino non si sono rotti sette manici di piccone: sono morti sette operai, sette ESSERI UMANI. Non si è trattato di una "tragica fatalità", termine che viene usato fin troppo spesso quando si verificano eventi del genere. L'impianto era in via di dismissione, gli standard di sicurezza non erano più rispettati, gli estintori erano scarichi. Far lavorare delle persone in quella situazione, pur essendo consapevoli della sua estrema pericolosità, significa non avere il minimo rispetto della vita dei propri dipendenti e significa anche assumersi totalmente la responsabilità - penale, morale, eccetera -qualora si verificasse un sinistro. D'altra parte la sentenza parla chiaro: omicidio volontario con dolo eventuale. I giudici hanno riconosciuto, prima volta in Italia, la volontarietà del datore di lavoro in caso di morti sul lavoro, perchè, come ho già detto prima, far lavorare delle persone in quelle condizioni significa accettare che vadano a rischiare la vita.
Per quel che mi riguarda applaudire Espenhahn è come applaudire a un Donato Bilancia o a un qualsiasi altro omicida, con l'unica differenza che nel secondo caso la mente dell'assassino non era perfettamente lucida, mentre nel primo lo era eccome. D'altra parte si sa, il capitale e il profitto vengono prima della vita umana. Ad ogni modo mi sorgono spontanee due domande. Come mai per una scritta in solidarietà a degli arrestati si rischia di andare in galera, mentre ad applaudire un boia non si rischia niente? E soprattutto, i cari signori di CGIL, CISL e UIL continueranno a stringere accordi con i solidali al mostro, sedendosi al tavolo della produttività? Vorrei proprio saperlo, così tutti capiremmo che ormai i tre grandi sindacati sono dalla LORO e non dalla NOSTRA parte.
lunedì 9 maggio 2011
Il nucleare in Italia
Lo spunto per questo post l'ho avuto stamattina leggendo il giornale (Repubblica) in cui c'era un articolo sulle proteste di Greenpeace contro il treno carico di scorie nucleari partito da Saluggia e diretto in Gran Bretagna. Già a febbraio (o gennaio, sinceramente non mi ricordo bene) c'erano state delle proteste analoghe che portarono a violente cariche della polizia contro i manifestanti, con annessa caccia all'uomo nei boschi e arresti.
Quello delle scorie è uno degli aspetti più preoccupanti dell'energia atomica e, "stranamente", è anche anche uno dei meno trattati. La cosa non è casuale, visto che si tratta di un problema virtualmente eterno cui nessun paese è riuscito a trovare una soluzione, anche solo temporanea. Oltre al combustibile nucleare (generalmente uranio 235) più o meno esausto e ai sottoprodotti della fissione (rifiuti altamente radioattivi di categoria III), sono considerati come scorie (categoria I e II) anche tutti quei materiali che sono entrati a contatto con la radioattività, come le tute dei tecnici nucleari.
Nonostante la chiusura delle centrali nucleari italiane dopo il referendum del 1987 anche il Belpaese possiede un quantitativo non indifferente di queste scorie, che al momento si trovano in sette siti. I primi quattro coincidono con le centrali che furono operative. Per esempio nella centrale di Garigliano (chiusa nel 1978 per "problemi"...) si trovano ancora 2200 metri cubi di scorie, mentre a Latina i metri cubi sono 900. A Trino Vercellese, riconvertita a centrale a turbogas, abbiamo 780 metri cubi di scorie e 47 elementi di combustibile irraggiato, pari a 14, 3 tonnellate, mentre a Caorso (provincia di Piacenza) le scorie ammontano a circa 1880 metri cubi, cui vanno aggiunte 187 tonnellate di combustibile. Varrebbe la pena ricordare che a Caorso lavorano ancora più di cento dipendenti, nonostante la centrale sia stata chiusa nel 1987. Ufficialmente sono stati assunti per lo smantellamento della stessa, operazione che è cominciata solo recentemente e i cui costi vengono pagati attraverso ogni bolletta ENEL. Intanto però continuiamo a credere a chi ci dice che le bollette sono alte a causa delle importazioni di petrolio e di gas (omettendo sempre di dire che la Francia, nonostante 55 impianti attivi, importa più greggio di noi...).
Esistono poi altri tre siti, in cui vengono stoccati rifiuti radioattivi ad alta pericolosità per un totale di ulteriori 235 tonnellate, che si trovano a Trisaia (Basilicata), Casaccia (Lazio) e Saluggia (Piemonte). Tutti i siti sono abbastanza critici, in quanto il primo si trova in una zona a sismicità medio-alta, il secondo si trova alle porte di una metropoli come Roma, mentre il terzo si trova in una zona soggetta alle esondazioni della Dora Baltea. Insomma, abbastanza per non dormire sonni troppo tranquilli. Questi depositi, così come le centrali, sono proprietà della Sogin S.p.A, azienda che viene finanziata, ricordiamolo, principalmente dalla componente degli oneri generali del sistema elettrico italiano presente nelle bollette ENEL.
Mi rendo conto che l'argomento è estremamente vasto e che trattarlo in un blog può essere riduttivo, senza contare il rischio di essere eccessivamente sintetici. Prometto però di tornare sull'argomento con altri post - devo scappare a lavorare e sono già in ritardo - magari più corposi e ponderati. Intanto vi lascio con questa puntata di Report. Meditate gente!
Quello delle scorie è uno degli aspetti più preoccupanti dell'energia atomica e, "stranamente", è anche anche uno dei meno trattati. La cosa non è casuale, visto che si tratta di un problema virtualmente eterno cui nessun paese è riuscito a trovare una soluzione, anche solo temporanea. Oltre al combustibile nucleare (generalmente uranio 235) più o meno esausto e ai sottoprodotti della fissione (rifiuti altamente radioattivi di categoria III), sono considerati come scorie (categoria I e II) anche tutti quei materiali che sono entrati a contatto con la radioattività, come le tute dei tecnici nucleari.
Nonostante la chiusura delle centrali nucleari italiane dopo il referendum del 1987 anche il Belpaese possiede un quantitativo non indifferente di queste scorie, che al momento si trovano in sette siti. I primi quattro coincidono con le centrali che furono operative. Per esempio nella centrale di Garigliano (chiusa nel 1978 per "problemi"...) si trovano ancora 2200 metri cubi di scorie, mentre a Latina i metri cubi sono 900. A Trino Vercellese, riconvertita a centrale a turbogas, abbiamo 780 metri cubi di scorie e 47 elementi di combustibile irraggiato, pari a 14, 3 tonnellate, mentre a Caorso (provincia di Piacenza) le scorie ammontano a circa 1880 metri cubi, cui vanno aggiunte 187 tonnellate di combustibile. Varrebbe la pena ricordare che a Caorso lavorano ancora più di cento dipendenti, nonostante la centrale sia stata chiusa nel 1987. Ufficialmente sono stati assunti per lo smantellamento della stessa, operazione che è cominciata solo recentemente e i cui costi vengono pagati attraverso ogni bolletta ENEL. Intanto però continuiamo a credere a chi ci dice che le bollette sono alte a causa delle importazioni di petrolio e di gas (omettendo sempre di dire che la Francia, nonostante 55 impianti attivi, importa più greggio di noi...).
Esistono poi altri tre siti, in cui vengono stoccati rifiuti radioattivi ad alta pericolosità per un totale di ulteriori 235 tonnellate, che si trovano a Trisaia (Basilicata), Casaccia (Lazio) e Saluggia (Piemonte). Tutti i siti sono abbastanza critici, in quanto il primo si trova in una zona a sismicità medio-alta, il secondo si trova alle porte di una metropoli come Roma, mentre il terzo si trova in una zona soggetta alle esondazioni della Dora Baltea. Insomma, abbastanza per non dormire sonni troppo tranquilli. Questi depositi, così come le centrali, sono proprietà della Sogin S.p.A, azienda che viene finanziata, ricordiamolo, principalmente dalla componente degli oneri generali del sistema elettrico italiano presente nelle bollette ENEL.
Mi rendo conto che l'argomento è estremamente vasto e che trattarlo in un blog può essere riduttivo, senza contare il rischio di essere eccessivamente sintetici. Prometto però di tornare sull'argomento con altri post - devo scappare a lavorare e sono già in ritardo - magari più corposi e ponderati. Intanto vi lascio con questa puntata di Report. Meditate gente!
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